Fornero, Camuffo e il Fronte dei Porci

Posted on 22 ottobre 2012

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Quando alle prese per i fondelli non vi è una fine, la saggezza imposta dai rapporti di forza suggerirebbe la ricerca di un nuovo equilibrio.

Il 14 novembre l’Europa dei Pigs comincerà a delinearlo con la piazza e Grecia, Spagna e Portogallo si accomuneranno più di quanto non abbiano fatto decenni di dibattiti sulla comunità europea. Di certo, un vero e proprio Fronte dei Porci è ancora in là da venire ma il primo sciopero generale transnazionale sotto i cieli della tecno-austerità potrebbe già essere classificato nella categoria “grattacapi” per il sacerdozio neoliberista. Gli incazzati cominciano ad essere tanti (milioni per la verità) e se un disoccupato/precario/lavoratore greco vale quanto uno portoghese saranno le lotte e gli sforzi come questo a rivelarcelo come barlume di un futuro.

An injury to one is an injury to all

Motti antichi sembrano riecheggiare nella crisi e gli anni ’90 appaiono più lontani dei primi del ‘900. Geometrie temporali totalmente impazzite prendono il sopravvento mentre la realtà rimane celata.

Pochi sanno, per esempio, che in questo paese, dietro alla parolina “Fiscal Compact”, sono nascosti 45 miliardi di tagli per i prossimi 20 anni mentre nell’era del sacrificio (nostro) nei paradisi fiscali vi è depositata una cifra che oscilla tra i 21 mila e 32 mila miliardi di dollari, l’equivalente della somma dei Pil di Usa, Cina, Giappone e Germania.

Non vi è più nessuno stupore da riservare alle élites, quanto semmai ai loro popoli, e se anche nella “ricca” Londra va in scena la grande marcia della “plebaglia” allora per salvarsi, l’Italia non avrebbe bisogno della BCE ma di un TSO.

Si da il caso che, chez nous, l’insulto sia qualcosa di quotidiano e tra un Clini che “copre” i dati tumorali di Taranto e un Ministro del Lavoro che offende i giovani vi sia nascosto qualche indizio della situazione nostrana.

Ogni governo di coalizione, osservava un marxista sardo, è un primo stadio di cesarismo. Ma andiamo con ordine, perché oggi,  il vero affondo della Fornero, per quanto odioso, non era riservato ai giovani, quanto piuttosto a un’istituzione importante del nostro Paese: la Cgil. Come a dire: “scendano pure in strada i giovani tanto per loro c’è il manganello” “La Cgil ?” “Se voglio la controllo.”

Fornero: «Cgil in piazza? Se mi invitano ci vado»

Una frase come questa, in effetti, può lasciare basiti ma sotto sotto non è altro che un chiaro indicatore dei rapporti di forza esistenti. All’ “appello” del “Fronte dei Porci” il nostro più grande sindacato ha risposto celermente ma la titubanza a proclamare uno sciopero generale, che è previsto dagli altri Pigs, è sinonimo di profonda debolezza.

La dichiarazione della Fornero arriva, non a caso, dopo l’ultima azione targata Cgil, la manifestazione a Roma dello scorso Sabato, definita deludente dagli stessi partecipanti:  “delusione, sembra una sagra“.

Le vere paure per le élite stanno altrove.

Già lo slogan, scartati i veli adatti per i Tg, era da  lasciare esterrefatti: «Il lavoro prima di tutto» infatti, dimenticava le biografie dei tanti che quella piazza la riempivano, dall’Ilva alla ThyssenKrupp il lavoro alle volte è sinonimo di morte. Variazioni sul tema poi possiamo ritrovarle ovunque, dai regimi del “socialismo reale” fino a quelli fascisti e nazisti. Dalla “Patrie Famille Travail” dei collaborazionisti di Pétain all’infame “Arbeit macht frei” sulla porta di Auschwitz. Il vero tema del come si produce, cosa si produce, per chi si produce e come si produce rimane sempre sullo sfondo mentre le lacrime della Fornero si fanno risa.

Nella Cgil ormai c’è poco da sperare.

La formula tecnocratica del governo vende agli elettori/telespettatori l’oppressione in forma di scienza, facendo leva sulla tradizionale idea di sapere come spazio neutro. La dittatura delle cifre si fonda sull’uso intelligente della crisi della rappresentanza come strumento di rafforzamento istituzionale in senso autoritario, con un effetto di decostruzione potente sulle ipotesi ingenue circa l’automatismo tra crisi del sistema e crollo naturale delle sue risorse di comando*.

La sua decostruzione come rappresentanza autorevole è già stata erosa nel profondo. A Bologna (era il 27 gennaio 2011) una piazza colma attendeva con ansia che due semplici parole uscissero dalla bocca del segretario Susanna Camusso. Avrebbe parlato per ultima, dopo una serie di interventi di scrittori e precari che non lasciavano certo spazio ai dubbi, si parlava di “capitalismo reale” e di necessità di mobilitazioni serie. Allora a Palazzo c’era ancora Berlusconi e l’Italia azzoppata non era ancora entrata nel mirino dei mercati globali ma c’era anche una mobilitazione diffusa e il fermento di una resistenza sociale quanto mai attenta. Il giorno seguente ci sarebbe stata la mobilitazione della Fiom di Landini (presente sul palco) e due semplici parole avrebbero consentito di generalizzare uno sciopero di categoria che avrebbe potuto cambiare i tempi della storia recente del nostro paese.

Quelle due parole erano: “sciopero generale”.

La Camusso arrivò sul palco e dopo due minuti di intervento la piazza svanì, quelle due uniche parole non erano state pronunciate; il tempo del sindacato non coincideva più con il tempo dei lavoratori.

Oggi, immersi come siamo nel bel mezzo di una “crisi organica*2” che attanaglia l’intera Europa quella scelta ci viene riproposta da Atene, da Lisbona e da Madrid. E’ la nostra storia, registrazione di improvvise esplosioni di energia popolare che ogni volta hanno visto il sorgere di una nuova sinistra tra le scosse di emergenze epocali quali le depressioni del 1870 e 1880, l’inferno della ‘guerra dei trent’anni’ (1914-1945), la stagnazione degli anni Settanta fino all’attuale ondata di crisi del debito sovrano.

La Camusso avrà il tempo di scegliere da che parte stare, prima arriverà il No Monti Day, sul quale è già cominciato il balletto degli ignavi.

lo trovate qua

*2 concetto gramsciano col quale si intende una fase storica complessa di lunga durata e di carattere mondiale che coinvolge la vita sociale nel suo insieme, un processo cruciale nel quale si manifestano le contraddizioni tra la razionalità storico-politica dominante e l’emergenza di nuovi soggetti storici portatori di inediti comportamenti collettivi.

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