Novembre, slalom verso il 14

Posted on 2 novembre 2012

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Cuociamo a fuoco lento, è proprio il caso di dirlo.

Ovunque gli spazi di libertà si stanno riducendo, la critica è silenziata, la protesta repressa con vigore e una paura diffusa compone lo scettro di una governamentalità sempre più dispotica.

Un nuovo Ancien Régime cresce in parallelo ai binari della crisi, l’impianto è reazionario, la sua funzione è la spolizione della vita sociale in nome del profitto, i suoi strumenti affermano tanto la legalità borghese, quella che riempie le galere di poveracci e i Cie di forestieri, quanto l’inviolabilità aristocratica, quella che consente la monopolizzazione del potere politico a fianco dell’esenzione dalla tassazione.

Emblema recente di questa situazione (potere politico e immunità fiscale) è un giornalista: Kostas Vaxevanis, arrestato in Grecia a seguito della pubblicazione di nomi eccellenti,  mezzo governo e una buona quantità di deputati, che avrebbero tranquillamente evaso il fisco ellennico trasferendo ingenti quantità di denaro in Svizzera.  La vicenda del dossier (lista Lagarde) suggerisce bene lo spirito di questa nuova aristocrazia europea: Chi ci sfiora, si fa male è bene saperlo.

La libertà informativa sta subendo pesanti attacchi e non solo in Grecia dove il caso Vaxevanis è solo uno tra gli altri e le manette per diffamazione sono scattate quattro volte in altrettanti giorni. In Spagna ad esempio si vogliono vietare per legge le immagini che ritraggono le violenze poliziesche mentre in Italia lo stato comatoso in cui versa la dignità di stampa rischia di essere ulteriormente ridotto dal disegno di legge sulla diffamazione.

Una pessima vicenda di cronaca recente può farci capire in quali acque navighi l’informazione nostrana e lo iato che può intercorrere tra la diffusione mainstream di una notizia e il suo racconto sulla rete.

Se l’informazione è depotenziata la repressione gioca d’attacco sostituendo ormai troppo spesso il termine di  “cittadino” con “sospetto”.

Nelle nostre città va in scena quasi quotidianamente ormai una doppia tragedia, con due soli atti possibili: o  l’umiliazione dell’austerità o il disciplinamento da manganello. Non c’è finale non amaro che non  risieda in un aula di giustizia e che non venga beffeggiata dallo stronzo (vedasi la foto) globale di turno.

Sotto il verbo dell’ordoliberismo europeo siamo giunti alla frantumazione finale della democrazia rappresentativa, le sue strutture non reggono il passo dell’avanzata funerea del capitalismo e anche quando riescono ad innalzare una barriera difensiva le condizioni materiali e i rapporti di forza sono a loro sfavorevoli.

Dopo sabato scorso e il No Monti Day in Italia si è votato e le elezioni siciliane hanno certificato in modo chiaro la crisi di credibilità del sistema politico, annunciandone il fallimento.

Le campane che suonano a lutto sono il segnale del corto circuito in cui versa la democrazia rappresentativa, i dati, in questo caso, sono dirimenti: 47,2%, fosse stato un referendum – l’elezione del governo della regione – non avrebbe nemmeno raggiunto il quorum. Stando sempre ai dati chi governerà non avrà che un appoggio miserevole, Crocetta ha vinto ricevendo il 30% dei consensi – se vi si sottrae l’astensione – la sua vittoria è ridotta a uno striminzito 15% delle preferenze e  chi parla di “risultato storico” in realtà sta perdendo qualcosa come 248.000 voti.  Restare privi di rappresentanza eletta è molto pericoloso almeno quanto lo è votare per un referendum senza che questo venga rispettato.

Occorre ormai riconoscere che la liberalizzazione dei capitali dagli stati ha comportato anche la liberazione dei capitali dalla democrazia all’interno degli stati e la giostra del voto democratico non è più né lo strumento per la mediazione tra le classi né l’apparato per la pianificazione di un’ipotesi di società se non in una forma troppo marginale. La sovranità ha ormai compiuto un salto di scala e le redini che gli stati avevano a disposizione per il loro agire sono state definitivamente spezzate.

Il conflitto è l’unica guida residuale capace ormai di interagire con lo strapotere del capitale. In questo senso risulta importantissima la giornata del 14 novembre sviluppatasi nel panorama politico sud europeo, quello che maggiormente sta osservando gli effetti demolitori delle politiche di austerità.  Lo sciopero generale, previsto per quella data, inizialmente in Spagna, Portogallo e Grecia sta pian piano delineandosi come vero e proprio sciopero europeo con mobilitazioni che toccheranno almeno una dozzina di paesi nel vecchio continente.

Rifiuto delle politiche di austerità e impegno sociale contro la crisi saranno i denominatori comuni della protesta. La convocazione ha raggiunto ormai la Confederazione Europea dei Sindacati e se in Francia e Germania ci saranno mobilitazioni di qualche tipo, dalle azioni di solidarietà alle assemblee nei luoghi di lavoro, in altri paesi la giornata assumerà forme differenti. In Belgio si manifesterà a Bruxelles mentre in Italia la Cgil ha finalmente sciolto le riserve proclamando uno sciopero di 4 ore – poca roba  considerata la situazione ma sufficiente se si tiene conto della recente immobilità di siffatto sindacato. Ben più significativa, sotto questo punto di vista, la decisione della Fiom che ha revocato lo sciopero del 16 per impegnarsi sulla mobilitazione del 14.

Dalle premesse, la locandina sembra ottima e nei giorni a seguire potrà ancora migliorare.

Il primo sciopero europeo farà il paio con questo tutto americano, talmente importante tanto da essere snobbato dalla stragrande maggioranza dei media nostrani.

Sembrano i primi del ‘900 ma questo già lo sapevamo.

 

 

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