Da Bruxelles a Bologna. Analisi-collage di un voto. Prima parte.

Posted on 28 febbraio 2013

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Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
 
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
 
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto ? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
 
O contare sulla buona sorte?
 
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.
 
B. Brecht, Copenaghen, 1939.
 

Fumata nera. Gli italiani hanno votato. Ora sarà il turno degli altri elettori, quelli veri, coloro i quali incidono quotidianamente: i mercati. Se il buon giorno si vede dal mattino sono nubi all’orizzonte (-4,89%). Il ritmo lo battono loro e i tamburi della crisi non tarderanno ad annunciasi quali veri profeti di quest’epoca. Se saranno le prossime settimane o i primissimi mesi non ci è dato di saperlo ma saranno comunque quelli i tempi in cui si comporrà il quadro.

Un passo indietro, brevissimo. Poco più di un anno fa Berlusconi era sepolto o quasi, Grillo era dato al 4% e Monti esisteva giusto come spettro che si autoavverra tra le bocche dei vari Letta, Montezemolo, Casini…. “O Monti o il caos” si sentenziava ai quanti chiedevano un immediato ritorno alle urne per evitare la nefasta esperienza del governo tecnico.  Se non si votò allora fu grazie alle pressioni del presidente della Repubblica e al suicida beneplacito del Pd. Sia ben chiaro, qua nessuno si sarebbe aspettato nulla da un eventuale governo varato allora. Sotto l’asservimento totale del capitale, il gioco parlamentare può mostrare soltanto il suo lato più scomposto e disgustoso costruito a colpi di promesse fasulle con sorprese dolorose. Non si giudica ciò che non è avvenuto e i “se e i “ma” in questi casi sono senza fondamenta. Ciò che al contrario andrebbe analizzato, tra la luce odierna, furono le ragioni di quella scelta dettata da una prospettiva “miope” quanto nobile “di difesa dell’Europa” in un contesto in cui questa si rappresenta come esattore dell’austerty. Monti proconsole di quest’architettura fungeva da diga temporanea, posticipava l’alluvione tra un carattere di “rispettabilità” nei confronti degli altri paesi e un saccheggio di fatto dei destini dell’Italia ma i problemi posti in essere da *questa* Europa, portatrice insana di ideologia neoliberista, sono ancora i principi di questo tempo. Spostare la polvere sotto al tappeto non la farà di certo traslocare così come le mine poste lungo il sentiero si moltiplicano nell’orizzonte di una crisi sistemica. Cosa ci indica il recente e “turbolento” viaggio di Napolitano in Germania che pare la riproposizione inagibile di ciò che accadeva nell’ottobre 2011? Il “caos” tanto evitato dall’imposizione scarsamente democratica del governo Monti si è materializzato ancor più deflagrante nel febbraio 2013. Grazie all'”immaturità” degli elettori italiani si è compiuta l’ennesima prodezza di un bisnonno (Napolitano) fattosi Re che nella sua carriera politica avrebbe tanto da farsi perdonare.

MontiMerkel“Fra il 1880 e il 1914 quasi tutti gli Stati occidentali dovettero rassegnarsi all’inevitabile. La democrazia politica non poteva più essere rinviata . D’ora in avanti, il problema era come manipolarla.”

E. Hobsbawm in “L’età degli imperi”

Se la Storia qualcosa insegna è vero anche che essa si ripropone sotto nuove vesti. Oggi, che va di “moda” parlare di “democrazia partecipativa”, non siamo esenti dalla possibilità che, all’atto compiuto, questa non possa essere manipolata. I voti magari non possono essere controllati, la governance sì. Sebbene si tifasse per lo “stallo”, quando il governo è stupido e oppressivo, l’ingovernabilità è la salvezza, quel processo di normalizzazione che sta imponendosi su scala europea troverà comunque la sua forma. La palude post elezioni avrà ugualmente la sua governance anche se modi e direzioni sono ancora del tutto oscuri (ricordare il caso Belgio, senza governo per 535 giorni ma con meccanismi decisionali e scelte imposte dall’Unione del tutto funzionanti).

Ve li ricordate i Co.Co. Pro? Bene anche i governi diventano precari o meglio “a progetto”! Datori di lavoro: la Bce, la UE e più in genere la finanza internazionale. Responsabile del progetto (iniziale): Napolitano. Oggetto del progetto: la riduzione in miseria dei governati. Peccato che qualcosa sia cominciato ad andare storto e che non sia certo più così facile intimorire 50 milioni di elettori italiani con la paura della catastrofe annunciata dal rialzo dello spread e dal ribasso delle borse. (Qua)

Economist

L’immaturità degli elettori italiani ha sancito molte cose. Il rifiuto dello spread e dei diktat europei hanno spazzato via la vana speranza di un grigio Bersani appiattito sulla linea montiana dell’austerità. Il programma responsabile scritto in sede europea e presentato da una coalizione liberale con piccole “coperture a sinistra” (Vendola addetto ai “diritti civili” che materialmente non costano nulla) è stato rigettato. “Un risultato schizofrenico: l’Italia ha attraversato la crisi e affrontato i sacrifici imposti dalle misure di risanamento con più compostezza, con meno proteste e tensioni sociali degli altri paesi europei. Poi, al momento di votare, ecco che il paese che era considerato tra i più europeisti, premia un movimento anti-UE come quello di Grillo e la coalizione di Berlusconi, sotto l’effetto di impulsi populisti e di ostilità nei confronti di Bruxelles”. Scriveva all’indomani del voto il politologo statunitense  Charlie Kupchan sulle pagine del Corriere della sera. (Qua) Dire Europa, oggi, significa dire mercati sovranazionali, neoliberismo, capitalismo tecnocratico. Significa, insomma, confrontarci col nemico. Ogni discorso che non prende posizione su questo argomento viene visto come colluso a tali politiche, e perciò bocciato. La coscienza dei lavoratori è in realtà molto più avanti, da questo punto di vista; e i discorsi “ragionevoli” dei vari soloni della “sinistra” riproducono in tutto e per tutto il percorso di quei dirigenti socialdemocratici della seconda Internazionale, che “ragionevolmente” decisero di appoggiare la Guerra per ragioni d’opportunità nazionale, contro quelle stesse masse che morivano al fronte. Oggi non c’è la guerra ma quel paradigma rimane, e l’opportunismo dei dirigenti politici riformisti è ancora il dato dal quale ripartire. Se è vero che il problema risiede a Bruxelles è anche vero che, chez nous, l’assenza di qualsiasi organizzazione politica che abbia il coraggio anche di risiedere nelle lotte sociali produce assenza di conflitto politico. 

Una crisi di sistema, un voto contro l’austerità e una sinistra tutta da rifare.

nonvoto

Basterebbe questa frase a riassumere degnamente il risultato uscito dalle urne. Brevemente: tredici milioni di italiani non sono andati a votare, 1 milione e 260mila hanno votato scheda bianca e le due maggiori coalizioni sono minoranza nel paese. Il Pd ha perso 3,5 milioni di voti, il PdL 5,6, Lega e Udc circa 1,5 ciascuno, Sel si è femata a 500 mila mentre il resto della galssia di sinistra si è sucidata nell’affaire lista Ingroia, riproposizione ambigua e infelice della defunta sinistrarcobaleno. Un’analisi utilissima della geografia elettorale italiana è questa, che riproponiamo.

Un paese diviso ha prodotto una rappresentanza divisa. E non è colpa della “gente”, dell’”individualismo”, del menefreghismo. Perché queste tabe italiche sono il corrispettivo esatto di una struttura produttiva che magari presenta ancora isole di eccellenza, ma “non fa sistema”; di una società frammentata nel modo di produrre ricchezza, di estrarre reddito, di sopravvivere. Ma un paese dove la produzione di ricchezza “non fa sistema” è un paese senza spina dorsale, senza baricentro, senza disegno.Lamappadell'astensionismoelezioni-2013 E che ha aggravato queste sue caratteristiche negative – addirittura esaltate come “potenzialità” ai tempi in cui gli imbecilli dicevano che “piccolo è bello” – in seguito allo smantellamento delle poche colonne portanti della produzione nazionale, nonché dalla privatizzazione delle banche di “interesse nazionale”. Metafora precisa, quest’ultima, di un paese senza un “interesse nazionale” identificabile; e quindi frantumato in tanti e diversi interessi privati, corporativi, locali, di nessuno spessore progettuale. Di nessuna incidenza sulla scala dimensionale – almeno continentale – su cui si prendono le decisioni vere.

Un paese composto in buona parte di figure sociali con “redditi spurii”, che presentano perciò “identità multiple”. Parliamo di redditi spurii in senso marxiano, non legal-giudiziario. Un mafioso che si arricchisce con il traffico di droga ha un reddito illegale, ma non spurio; la sua identità sociale è chiara anche per lui, non presenta ambiguità e tantomeno tentennamenti. Un pensionato o un lavoratore dipendente (o un piccolo negoziante o una partita Iva) che ha un salario (una pensione o dei ricavi d’attività), e magari “integra” affittando la seconda casa a dei migranti, cui può aggiungere qualche cedola dai Bot o dai fondi comuni di investimento… questo insieme è un reddito spurio, che fa vivere un’identità sociale mutevole e mutante. Che vota in un modo se pensa più all’Imu e in un altro se gli pesano maggiormente addosso le “riforme” Fornero delle pensioni o del mercato del lavoro. Berlusconi o Bersani, dipende da cosa offrono… E il primo sa vendere meglio.

Ne esce un Paese a pezzi nel quale anche l’idea patria affonda, più che mai, tra le frasi retoriche sul riportare a casa i soldati assassini e le mazzette pagate e ricevute per vendere armi ed elicotteri agli stessi stati con cui si finge di essere in conflitto. Senza contare la conquista leghista della Lombardia che con Maroni è riuscita a mettere le mani sulla regione tanto agognata proprio nel momento in cui la sua parabola politica toccava il punto più basso. Ovunque la si guardi la situazione italiana è vicina al precipizio. [Continua]

UN-GRILLO-QUALUNQUE

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