A Bologna una lotta di *classe*.

Posted on 24 marzo 2013

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«In parlamento sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, ma sono stati costruiti fuori di qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo». Laura Boldrini, la settimana scorsa alla Camera.

“Bossi Fini assassini siamo tutti clandestini”  “Lotta dura senza paura”.

Se proprio si dovesse stilare una classifica sarebbero questi gli slogan più utilizzati. Di parole invece ve ne sono state tante, voci sicure quanto accese quelle che per tre ore si sono alternate al microfono mentre il corteo attraversava le strade di Bologna. Le differenze nascoste tra gli accenti si sciolgono come neve al sole e i confini scompaiono come un burro che si fa liquido. Qua tutti sanno, dal rifugiato al precario, dal lavoratore della logistica al “cittadino” alle prese con la burocrazia dei permessi di soggiorno, la consapevolezza è avanzata perché vissuta quotidianamente sulla propria pelle. Non vi è lingua né religione che possano reggere. Gli sfruttati possiedono già il proprio verbo. Se tanta è la rabbia che soggiorna in questi lidi l’abbondanza è quella di una dignità di classe che è stata affermata con classe.

Il 23 marzo era un sabato italiano ricco di appuntamenti: gli 80.000 NoTav in marcia sotto la pioggia da Susa a Bussoleno “offuscati” dall’ispezione mattutina al cantiere dei parlamentari (non solo grillini c’erano anche Sel e qualche deputato del Pd ma chissà perché questi ultimi fanno meno notizia) e i due appuntamenti romani, con le piazze pro e contro Berlusconi (e con quest’ultimo costretto a noleggiare comparse e società municipalizzate per riempire piazza e telegiornali del suo show); infine a distanza, molto a distanza da questo “evento”, a Bologna, c’era la manifestazione generale dei migranti contro lo sfruttamento e la legge Bossi-Fini. 

Piove sul bagnato verrebbe da dire ma, nonostante il maltempo, l’appuntamento organizzato dal Coordinamento Migranti di Bologna è riuscito nel proprio intento. All’appello mancavano gli “italiani” e la città, le uniche bandiere di partito visibili erano quelle di Rifonda e di Alternativa Comunista, Sel non pervenuta (forse erano tutti in Val Susa ma forse anche no) ciò nonostante la giornata è stata ricca e il corteo per abolire la Bossi-Fini ha fatto il paio con il primo sciopero generale della logistica svoltosi il giorno precedente. I primi interventi dal microfono lo rimarcano in maniera stretta, si ricordano le cariche e gli inseguimenti lungo la via Emilia oltre al compagno ferito in modo grave davanti alla Centrale Adriatica di Anzola.

Nonostante i media facciano finta di niente lo sciopero di venerdì che ha attraversato diverse regioni: Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna non è un dato di poco conto e la brutalità poliziesca che è stata scatenata evidenzia in modo chiaro quale possa essere la risposta del capitale ogniqualvolta venga toccata la *merce* e la sua circolazione, in una parola: violenza.

Se i fatti di venerdì bastavano da soli a giustificare il lungo corteo (circa 2000 persone) che ha attraversato Bologna nella giornata di ieri, negli interventi dal microfono emergevano chiaramente i volumi massicci di problematiche che il mondo migrante è costretto ad affrontare, di cui il razzismo “alla Balotelli”, tanto amato dai media, non è che una minima componente alquanto semplicistica. Perché le “razze” esistono davvero, ma non come dati ontologici o biologici, ma come costruzioni discorsive, come prodotti degli apparati di governo e controllo della forza-lavoro […] e, in questo senso, nella tarda modernità in cui ci troviamo il termine “emigrazione” è diventato anche in Italia «il nuovo nome della “razza”. (Qua) Non a caso la “richiesta” della manifestazione era l’abolizione della Bossi-Fini, un vero e proprio dispositivo di ricatto e sfruttamento sotto forma di legge razzista, perché anche questo è stata l’Italia e sarebbe bene ricordarlo.LiberoBoldrini

Alle volte si vive anche di simboli e vedere il quotidiano Libero schiumare di rabbia per l’elezione di Laura Boldrini a Presidente della Camera una settimana fa ne ha incarnato indubbiamente qualcuno, dato che chi l’aveva preceduta in quella carica, naso storto e occhi vicini, era qualcuno che, durante il G8, aveva frequentato stabilmente la prefettura di Genova  osservandone da vicino le “operazioni” e che in seguito prestò il proprio nome all’intolleranza della Bossi/Fini e della Fini/Giovanardi. Che sia scomparso dal Parlamento un soggetto del genere non può che fare piacere e a ben guardare è più lo scarto che intercorre tra il nuovo Presidente e il suo predecessore a fungere da significante e a macinare simbologie narranti più che un effettivo e reale “cambio di marcia”.

Tornando a Bologna e alla manifestazione di sabato, il microfono aperto non dimenticava nulla e sebbene non sia stato mai pronunciato lo ius soli le richieste per la cittadinanza ai figli degli immigrati (che mai hanno migrato perché nati in Italia) non mancavano di certo così come non erano affatto tenere le denunce nei confronti delle sanatorie truffa (l’ultima), dei costi lievitati per i permessi di soggiorno (200 euro per documenti che spesso arrivano in procinto della scadenza), della “legalità del restare” vincolata ad un contatto di lavoro (vera e propria leva di schiavismo in salsa contemporanea perché costringe ad accettare il lavoro a qualsiasi condizione, figurasi poi a fronte della crisi attuale) o ancora dello sfruttamento nelle finte cooperative (come dimostrato dallo sciopero di venerdì), per finire col trattamento riservato ai rifugiati e alla vergogna di quei lager che tuttora ci ostiniamo a definire Cie.

A tutto ciò sarà costretto a far fronte un ipotetico nuovo governo anche se i “richiami”, in quella manifestazione, non si fermavano di certo ai confini istituzionali della nostra penisola. La bandiera dell’Egitto che sventolava nelle mani di qualcuno faceva il paio con gli interventi nel microfono, quelli che richiamavano le “primavere arabe” e denunciavano l’intervento Nato in Libia. Anche la Fortezza Europa non era esclusa dal discorso così come particolarmente interessante è risultato l’appello, pronunciato da un accento appartenente a un “nuovo italiano” in prossimità di Piazza Maggiore, all’antifascismo e alla memoria della Resistenza, segno che confini e Storia non sono del tutto impermeabili.

In quel piccolo popolo in marcia per Bologna risiedeva un mondo intero: quello più invisibile, il più caro. Un popolo di classe.

Contro il silenzio assordante dei media a riguardo dello sciopero generale della logistica di venerdì 22 marzo riportiamo questo reportage della giornalista freelance Maria Elena Scandaliato. 

 

 

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