Non è tutto loro ciò che luccica. “Escrache” dalla Spagna con amore.

Posted on 11 aprile 2013

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“Remember she called Mandela a terrorist and took tea with the torturer and murderer Pinochet. How should we honour her? Let’s privatise her funeral. Put it out to competitive tender and accept the cheapest bid. It’s what she would have wanted”.
Ken Loach
 

She became harder than hard come titolerà il Guardian. La Lady di ferro is  gone ma alla sua messa siamo ancora tutti presenti. Il neoliberismo impera anche senza la corona perché è penetrato nel profondo.

Timbro totalizzante quasi fosse materia ontologica, carattere naturale come il tempo atmosferico oppure acqua tanto per rendere omaggio alla celebre storiella di David Foster Wallace che rende bene l’antifona: Due giovani pesci nuotano insieme. Incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta. “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”, fa il vecchio. I due continuano a nuotare per un po’, perplessi. Poi uno dei due dice: “L’acqua? E che diavolo è l’acqua?”. 

Il there is no alternative (TINA) non è un reperto di thatcheriana memoria ma un dispositivo tuttora attivo e che domina la stragrande maggioranza delle decisioni, dei pensieri e delle azioni del ceto politico contemporaneo e non solo di quello. “L’economia è il mezzo, l’obiettivo è quello di cambiare la mentalità” diceva e se fosse così il progetto è riuscito in pieno. Se ieri festeggiavamo la scomparsa della Thatcher è alla Tina che occorrerebbe guardare con attenzione nella speranza di scavarle una fossa definitiva.

Omnia Sunt Communia 26 March 2013 Sussex University protest Bye Bye Maggie

Omnia Sunt Communia
26 March 2013
Sussex University protest
Bye Bye Maggie

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L’Italia è un paese in via di putrefazione e se il lezzo non è ancora affiorato in tutta la sua evidenza è soltanto per una questione di dimensioni. Siamo un Paese di 60 milioni di abitanti, la Grecia è un sesto di noi come il Portogallo, all’apparenza “stiamo ancora bene”. Il “risveglio” sarà tosto e per nulla indolore, il piano inclinato sul quale ci troviamo comincia ora il suo declivio più abissale, il verbo neoliberista tanto in voga in questi anni ha concentrato la sua ferocia nell’ultimo governo “tecnico” dal sapore criminale. La devastazione è evidente, un milione di posti di lavoro persi nel solo 2012 è una statistica di carattere bellico, non economico e lo stillicidio quotidiano di corpi e vite sacrificati sull’altare dell’austerità è degno di un bollettino di guerra. L’ultima tragedia in ordine di tempo, quella di Civitanova Marche, racconta cosa è diventato questo paese più e meglio di mille libri di sociologia (come scritto giustamente qua). La profondità della sciagura ha attirato addirittura l’informazione mainstream (da sempre pulciosa verso i drammi e mai verso le cause come se per parlare di lavoro occorresse aspettare il bollettino giornaliero dei suicidi) e mobilitato il Pd che dopo l’insofferenza mostrata verso la Boldrini in veste istituzionale ha tastato il polso della situazione e pensato bene di scendere in piazza contro la povertà (cosa che neanche alle medie) per un appuntamento inutile dello stesso tenore delle lacrime della Fornero.

Ma cosa racconta il drammatico suicidio di Romeo Dionisi e Anna Maria Sopranzi oltre le retoriche? Racconta una “visione del mondo” thatcheriana, una weltanschauung dello stile di vita imposto dal neoliberismo negli ultimi decenni.  Racconta di come povertà ed emarginazione non siano più condizioni intese all’interno di problemi sociali e della società nel suo insieme, ma rientrino in categorie che le leggono come il risultato della condotta di un singolo. Racconta di come l’esperienza del lavoro si sia di fatto privatizzata, di come siamo tutti imprenditori di noi stessi, di come, perduta ogni istanza collettiva di lotta, la crisi venga percepita esclusivamente come sconfitta o fallimento individuale, di come, scomparsa la nozione di classe, appaiano solamente distinzioni tecniche e morali dove la colpa ricade esclusivamente sul singolo e le divisioni si colorano immancabilmente di “competenti e “incompetenti”, di “responsabili” e “irresponsabili”. Racconta di come manchi il racconto di un sè condiviso senza il quale la politica è lettera morta. E proprio questo risulta essere il lascito più insidioso del neoliberismo, una grammatica mentale che vorrebbe ricercare soluzioni biografiche a problemi sistemici.

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 Escrache.
Oltre lo steccato.

“Un escrache è un’azione in cui le persone danneggiate si organizzano, si rendono visibili e si sentono coperte e accompagnate da altre persone. Gli escrache sono anche l’espressione di un legame affettivo, di un gruppo che si prende cura e si accompagna. Sono un dispositivo contro l’individualismo, cioè contro la disperazione. Sono il nostro andare da Papandreu e cacciarlo dal ristorante. Che però è sostenuto anche da uno spazio politico organizzato. Non sono un grido, una persecuzione o uno schiaffo in mezzo alla strada, un frutto della rabbia. Al contrario, gli escrache governano la rabbia e la trasformano in potenza. Sono un’espressione (una in più) di come il potere de «los de abajo» si costruisce in comune e di come «los de arriba» siano un disgraziato accidente nel cammino di quel potere, di quella forza collettiva. Gli escrache sono la catarsi da una angoscia nel miglior senso (del termine, ndt). Sono strumenti (utili, ndt) affinché le persone sfrattate possano non sentirsi vittime ma soggetti.” (Da elogio dell’escrache)

In Argentina, a metà anni ’90 prende corpo un fenomeno di “condanna sociale”, escrache. Per alcune associazioni dei diritti umani è difficile accettare l’indulto concesso da Carlos Menem ai protagonisti della dittatura militare (la più sanguinosa della storia argentina) responsabile della scomparsa di 30.000 individui. A fronte dell’impossibile arriva solo la forza collettiva, cominciano così le denunce dei protagonisti di quella sanguinosa stagione, attraverso azioni dirette (picchetti, canti, sit-in, rappresentazioni teatrali) che tendono a svolgersi in luoghi pubblici (davanti al luogo di lavoro o al domicilio dei responsabili). Nell’impossibilità di ottenere “legalmente” giustizia, questa scende nella società trasformandosi in condanna sociale. Quando il vicino ti guarda in malo modo o il panettiere non è disposto a venderti il pane il risultato è già ottenuto.

Si no hay Justicia, hay escrache. 

Pr’ i fasesta an’ gn’ è gnanc un panein

C’è un piccolo aneddoto di “queste parti” che possiede ancora radici in qualche memoria. Correva l’anno 1973 e siamo all’Autogrill di Cantagallo – Autostrada del sole – nei pressi di Bologna. A pochi chilometri vi sono Marzabotto e Monte Sole. 29 anni sono ancora troppo pochi per smacchiare l’orrore e sbiadire il ricordo dalla strage che cancellò un paese intero. E’ estate e Giorgio Almirante, segretario del Msi, si ferma all’Autogrill. “Per fascisti e fucilatori qui non c’è posto” e il passaparola tra i lavoratori comincia ad essere “Né un panino né una goccia di benzina”. Almirante dovrà fare il pieno a pancia e automobile da un’altra parte. L’accaduto conquista le prime dei giornali e 16 lavoratori vengono denunciati, saranno poi assolti due anni più tardi ma l’eco del Cantagallo è una storia che ancora si racconta.

sisepuede

oggi

Da maggio in Spagna è tornato in voga quel termine coniato in Sud America: escrache. In terra iberica il problema degli sfratti è oramai emergenza sociale, in un paese devo le case vuote sono milioni quello che dovrebbe essere un diritto si sta trasformando in “privilegio” da sudare. Una legge di iniziativa popolare per modificare le odiose norme spagnole sulle ipoteche (condannata anche da un Tribunale europeo) ha raccolto un milione e 400 mila firme. Quando centinaia di famiglie ogni giorno finiscono per strada, l’arroganza del Partito Popolare di Rajoy, tutto arroccato a difendere veri privilegi assieme agli interessi di banche e capitale finanziario si fa di fatto inaccettabile.

Anziana sfrattata con la forza. Sembra un azione di antiterrorismo ma è uno sfratto di una signora con più di 70 anni.

Anziana sfrattata con la forza. Sembra un azione di antiterrorismo ma è uno sfratto di una signora con più di 70 anni.

La legge va votata e l’unica pressione che un cittadino comune può esercitare su un deputato è quello di incalzarlo nei luoghi in cui può incontrarlo. Cominciano così gli escrache  spagnoli e le manifestazioni dei coordinamenti Stop Desahucios si moltiplicano in tutto il paese. I politici del Pp vengono presi di mira in casa loro, al bar, nei cinema, durante conferenze e inaugurazioni. La violenza è quella che può essere contenuta in un sit-in, in un cartello o in un coro (inesistente) solo ci si avvicina all’obiettivo che immancabilmente si fa oggetto di “segnalazione pubblica” e di denuncia sociale. In un paese nel quale los desahucios (sfratti) sono spesso eseguiti con la forza, la solidarietà va spezzata con la paura per permettere al profitto di compiere un altro metro della sua folle corsa, il dibattito ovviamente si conforma alla stigmatizzazione degli escraches. Le argomentazioni contro questo tipo di manifestazioni passano dalle tiepide denunce per la violazione della “sfera privata” dei deputati (come se uno sfratto non lo fosse) ad accuse strampalate che parlano di metodi violenti di lotta simili a quelli caratteristici dei nazisti o del “terrorismo basco”. E non mancano di certo le intimidazioni, per tentare di fermare le Plataformas de Afectados por la Hipoteca (attivisti contro gli sfratti) alcuni portavoce del PP avevano annunciato che chi avesse inseguito i politici nei bar o per le strade o manifestato davanti ai loro domicili sarebbe stato arrestato salvo poi scontrasi con alcuni sindacati di polizia restii ad assecondare tali tentazioni repressorie del governo.  Così mentre in Andalusia un governo Psoe-Izquierda Unida approva una legge regionale che consente l’esproprio per tre anni delle case “requisite” dalle banche inserendo anche multe a chi mantiene gli edifici sfitti, la battagli per modificare la legge (illegale secondo l’Ue) sulle ipoteche procede a suon di escraches.

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E chez nous?

Nelle grandi città italiane è boom di occupazioni delle case. Sebbene in pochi l’abbiano fatto notare lo Tsunami tour che sabato si è abbattuto sulla capitale non è fenomeno di poco conto. Circa 3000 persone hanno trovato un’alloggio e nove palazzi sfitti di Caltagirone hanno trovato inquilini pronti ad abitarli.

Caltagirone

Sarà un caso se dalle pagine del Messaggero (di proprietà dello stesso Caltagirone padrone del mattone) si grida al terrorismo anni ’70 o alla criminalità organizzata per demonizzare i movimenti?

La primavera non sarà verde in Italia ma sembra di fatto essere arrivata.

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