Antifascismo e media. Tra Modena e il Paese.

Posted on 2 gennaio 2017

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“Albeggia. […] Oggi effettuerò l’ultimo tentativo di fuga attraverso il fiume. Ci deve essere un passaggio per raggiungerla e per fuggire da questa terra maledetta dove il Diavolo e i suoi figli camminano ancora con piedi umani” 
Jonathan Harker

Attorno all’apertura a Modena, il 14 gennaio, della sede di “Terra dei Padri” continua ad aleggiare in città un silenzio eloquente.

Chiunque si sia espresso/esposto a riguardo, finora, lo ha fatto da posizioni “marginali”, al di fuori di ogni velleità istituzionale; ciò nonostante sembra che il vessillo dell’antifascismo, spesso sbandierato più come prêt-à-porter che come reale convinzione, debba essere relegato proprio a queste ultime come se l’ingranaggio della delega si fosse inavvertitamente invertito. Chi possiede un maggior capitale (politico) sta affacciato alla finestra ad osservare aspettando il momento buono per investire; agli altri il compito di esporsi.  Eppure.

fascEppure come scrive in una nota Modena Antifascista: “Nell’ultimo anno in provincia di Modena, parallelamente con l’uscita allo scoperto sul nostro territorio di gruppi e partiti neofascisti, abbiamo assistito ad un attentato incendiario a sfondo xenofobo contro un negozio arabo a Mirandola, scritte che esprimono gioia per le migliaia di uomini, donne e bambini affogati nella traversata del Mediterraneo, a Carpi, entrambi ad oggi compiuti da “ignoti”. A questo vanno ad aggiungersi: ronde con saluti romani, striscioni che chiedono l’apartheid nelle scuole, naziskin che girano per la città e bloccano eventi pubblici in università, raduni di fascisti per celebrare i camerati morti, a Modena. Tutto questo è successo nella sostanziale indifferenza delle istituzioni, dei partiti e delle autorità cittadine che si dichiarano democratiche ed antifasciste. Anzi il più delle volte proprio le istituzioni che dovrebbe vigilare hanno sdoganato, concesso spazi, assecondato e addirittura difeso i neofascisti. Le stesse che, oggi, si trovano minacciate con svastiche e insulti razzisti incisi sulle proprie macchine.” 

svastica

Difficile immaginare un Pd saldo su certi temi dal momento che nemmeno quando sono colpiti direttamente avanzano ormai qualche interrogativo e tendono a minimizzare.

minimizzare

Molto più facile che esponenti di quel partito vadano a presenziare in una qualche “iniziativa culturale” che il nuovo “circolo” andrà ad organizzare prossimamente. Magari verso febbraio, intorno al  10, proprio in occasione di quel Giorno del Ricordo (un primo bilancio qua) che giusto in Italia vede la pace (Trattati di pace di Parigi, 10 febbraio ’47) festeggiata con un lutto dal significato tutto revanscista al braccio.

info

In fin dei conti contatti e frequentazioni istituzionali a costoro non mancano di certo, che poi si invitino a suonare band nazi-rock debenoistche rischiano di richiamare a Modena un buon numero di teste rasate del Fronte Veneto Skinhead non è certo un problema questo per l’amministrazione. Anzi, il patrocinio del Comune campeggia in bella mostra proprio sul manifesto in una delle iniziative “fondanti” Terra dei Padri. Lo scrivono loro stessi nella loro nota di presentazione su Facebook inserendo la conferenza col famoso ideologo di destra Alain De Benoist come una delle attività dalla quale sorge il circolo. In tale ottica non ci si stupirebbe nemmeno se il sindaco Muzzarelli fosse presente addirittura all’inaugurazione, dopotutto all’indomani degli sgomberi del maggio scorso, nascosto dietro al solito paravento della le-ga-li-tàSindaco Pd e Forza Nuova parlavano all’unisono.

Marciare divisi, colpire uniti. Che le differenze si assottiglino nei linguaggi, nelle politiche e nei modi di pensiero è ormai un dato di fatto e lo spauracchio xenofobo o fascista lo si agita ormai solo per raschiare qualche voto dal fondo del barile. Quando la legittimità sta a zero vale tutto.

discriminante

Un gioco delle parti puro e semplice che pian, piano smaschera sé stesso perché, a lungo andare, tra l’originale e il replicante si diventa indistinguibili: stesse parole, stesse ricette, stessi proclami.

minnitimincie

In Francia l’’État d’urgence perlomeno lo dichiarano prima di farlo diventare uno stato d’eccezione permanente, qua da noi, è sufficiente che i giornali pompino un po’ che tutto diventa lecito: dai cecchini sui tetti ai militari per la strada. Simuliamo la guerra nelle nostre città; 2017 abbiamo esportato “democrazia” a Kabul e a Bassora ne abbiamo importata altrettanta. La bilancia commerciale segna comunque negativo ma il tempo che trascorre accompagna l’abitudine e ciò che non dovrebbe essere considerato normale alla lunga lo diventa.

Dal piano nazionale a quello locale è tutto un fiorire di allarmi a reti unificate sulla sicurezza, sulla microcriminalità sulla necessità di più controlli e ancora più polizia. Ed è strano perché non si intravede altro in giro.

Come se non  bastasse, dagli artiglieri dell’informazione mainstream arrivano addirittura bordate di enfasi sulle cosiddette fake news e sul regime di post-verità al quale saremmo sottoposti come se le bufale non fossero mai esistite prima del web e queste non proliferassero in un contesto nel quale è proprio l’informazione mainstream ad aver perso ampie dosi di credibilità e autorevolezza. Va da sé che l’approdo naturale  di tutto ciò sia la censura o una stretta sulla Rete dal sapore di Turchia.

La fabbrica della paura, assieme a quella bellica, è rimasta l’unica a marciare a pieno ritmo. Incessantemente.

difference

Vicino a noi questo si traduce nella produzione massiccia di mostri mutanti e nella modificazione genetica che lentamente va ad intaccare ciò che può essere definito come senso comune, il comune sentire.

A memoria non si ricorda un passaggio dell’anno così carico di segnaletiche nefaste circa la direzione intrapresa.

Sfogliare i quotidiani locali lascia un amaro in bocca che non è certo quello del caffè. (Piccolo richiamo alle puntate precedenti: Arrivano i fasci e la Gazzetta che fa, dissoda il terreno? e “Sicurezza per gli anni ’80.” Tra Modena e il Bronx.). Tra la Gazzetta e il Carlino vi è poca differenza ormai. Si riempiono intere pagine di cronaca spicciola, di microcriminalità quasi come se si volesse compilare quotidianamente l’elenco di tutti gli interventi effettuati da vigili, polizia, carabinieri e forze dell’ordine in generale. I toni variano dal sapore scandalizzato all’allarmistico per poi descrivere l’azione vera e propria in maniera cinetica, quasi come in un film, braccato, afferrato… buoni contro cattivi. Ad esempio: “Un poliziotto, si sa, è innanzitutto un cittadino ma è anche un cittadino che ha scelto di proteggere gli altri e questa missione è il suo lavoro, sia che porti la divisa sia che non la indossi perché è il suo giorno libero. Perché quando c’è da scattare, quando c’è da intervenire perché ci si rende conto che è in atto un crimine, non ci sono tentennamenti o titubanze…” (qua)

Si potrebbe raccontare in questa maniera pure una giornata al pronto soccorso, per dire, con l’elenco dei gessi e delle vite salvate quotidianamente ma non alzerebbe di certo il tasso di inquietudine necessaria a domandare ulteriori dosi di sicurezza. Poi i titoli : “Studente di terza media scippa borsa ad un’anziana” o, nella stessa pagina, “Agente rincorre e cattura ladro minorenne” (vedi sopra) a pensarci, già da soli potrebbero raccontare molto, soprattutto in una società che si riempie tanto la bocca con la parola giovani e li osserva e descrive quasi come fossero una specie protetta o in via di estinzione. Ma non si pensa e le domande sono bandite. Lo si scorda sempre ma “there is no such thing as a society”.

Già, le domande, che scortesia. Fateci caso, politici e amministratori al massimo rilasciano dichiarazioni o interviste concordate, non rispondono alle domande (anche perché non c’è più nessuno che gliele ponga) e compito del giornalista è ormai quello di confezionare vesti appropriate all’immagine pubblica del personaggio di turno, non altro.

Più che d’informazione occorrerebbe parlare di propaganda e tra una pagina sfogliata all’altra torna in mente il Miniculpop (Ministero della Cultura Popolare, istituito nel ’35, qualche mese prima della guerra in Etiopia). Un piccolo sguardo indietro:

“Tale organismo, che dapprima fu semplicemente deputato a controllare e sequestrare ogni scritto ritenuto dannoso o contrario al regime, ben presto si occupò di diffondere preventivamente le cosiddette “veline” (ordini di stampa così chiamate dagli addetti ai lavori per il tipo di carta su cui erano battute a macchina in più copie).

Le “veline”, diramate in forma strettamente riservata, imponevano precise disposizioni in merito al contenuto degli articoli e dei titoli (di cui si stabiliva anche la dimensione), le notizie o addirittura gli argomenti da ignorare, da enfatizzare e da presentare in un’ottica fascista: confezionando, sempre snaturando e manipolando la realtà, la sola possibile verità da diffondere tra la gente. Questi ordini di servizio si occupavano di ogni argomento e ambito, dalla politica, nazionale e estera, allo sport, dalla cronaca allo spettacolo, dalla letteratura alla moda, via via fino a questioni di minima importanza.

Surreale, quello del 23 giugno 1943: “Il Messaggero del 20 ha pubblicato un’inserzione tra i matrimoniali che suona così: Professore ventinovenne, distintissimo. occhi bellissimi, sentimentale, sposerebbe dotata carina, anche provinciale, aiutargli a consolidare posizione. Le espressioni occhi bellissimi ecc. sono eccessive e bisogna evitarle”. Da notare la data. Il Fascismo si occupava di tali infinitesimali sciocchezze alla vigilia di un evento nodale della Storia, come fu lo sbarco degli americani in Sicilia che avvenne di lì a qualche giorno.

Per attuare il suo controllo e diramare le notizie da pubblicare, il Miniculpop si serviva dell’Agenzia Stefani, unica autorizzata a fornire ai quotidiani le versioni ufficiali di eventi interni ed esterni, ossia le sole da cui fosse lecito attingere il materiale per la stesura degli articoli. Alcuni avvenimenti, ad esempio i suicidi – che l’ideologia mussoliniana marchiava come un segno di debolezza, in netto contrasto con l’esibito machismo fascista – non ebbero più alcuno spazio sulle pagine dei quotidiani, al pari delle notizie riguardanti rapine, furti, agitazioni sindacali, licenziamenti e episodi di pedofilia.

Gli italiani potevano così avere l’impressione di viver nel migliore dei mondi possibili. Ancor oggi, potenza del condizionamento, perdura il luogo comune secondo il quale durante il ventennio i fatti di sangue fossero episodi sporadici, così come crimini e furti, e che dunque l’Italia fosse il Paese dell’ordine, della disciplina e del rispetto reciproco. Perfino la natura era più buona durante il Fascismo, visto che anche le notizie relative a frane, inondazioni e altri disastri venivano messe a tacere o, nell’impossibilità, minimizzate.” [1]

Oggi si sposta il focus, si enfatizzano certi elementi silenziandone altri. Qualcosa entra nel cosiddetto rumore di fondo, qualcos’altro no.

amicobellofigo

Alla fine troneggia chi urla più forte e gli altoparlanti mediatici sono già tutti rivolti verso destra. Grossi richiami dai valori liberali non arriveranno o se arriveranno saranno minoritari. Dopotutto, oggi come ieri, chi meglio dei fasci, con tutto il loro armamentario di falsi bersagli, finte rivoluzioni o di odio per il plurale, può servire Monsieur le Capital?

[1] Giuseppe Ciarallo – Più bella e superba che pria… –  Nuova Rivista Letteraria n.4 novembre 2016,  Alegre

 

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