Se la deportazione che viene passa anche per Modena….

Posted on 13 gennaio 2017

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“Non mi interessa una questione di nomi, ma quale sia la struttura giuridica di questi luoghi. I nomi non hanno nessuna importanza: anche l’istituto che regolava i lager nazisti era un istituto dello stato di eccezione che si chiamava Schutzhaft, ovvero “custodia protettiva”. Bisogna piuttosto chiedersi se esistono dei “Campi” oggi in Europa. […] E’ come se si trattasse di segnare una serie di cesure che definiscono la progressiva spoliazione dello statuto giuridico di un soggetto, come nel caso degli ebrei nella Germania nazista. Le leggi di Norimberga cominciarono col creare dei cittadini di seconda classe, di “origine non ariana” poi c’era un’ulteriore cesura che distingueva tra Volljuden e Mischlinge, poi un’ulteriore cesura che li trasformava in “internati”. Esaminando l’articolo 14 del “Testo unico”, mi colpiva il fatto che le persone trattenute sono quelle già state oggetto di un provvedimento di espulsione, ma per le quali non è stato possibile eseguire il provvedimento. Se i soggetti sono già stati espulsi, sono per così dire inesistenti sul territorio dello Stato dal punto di vista giuridico, la situazione di eccezione che qui si crea è che le persone detenute in questi centri non hanno alcuno statuto giuridico assegnato. E’ come se la loro esistenza fisica fosse stata separata dal loro statuto giuridico.”

Giorgio Agamben su “il Manifesto”, 3 novembre 1998 

I militari “potrebbero essere impiegati anche per controllare, laddove una presenza significativa di migranti potrebbe essere problematica per l’ordine pubblico”.

Pinotti: “Pronti a usare l’esercito nei Cie” su “Il Giornale” , 8 gennaio 2017

 

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9 gennaio 2017, Belgrado. Marko Djurica/Reuters

Sì è vero. Non si mettono sullo stesso piano un filosofo come Agamben e il “nostro” Ministro della Difesa ciononostante certe frasi messe una dietro l’altra, anche con le loro distanze temporali, hanno il pregio di inquadrare al meglio il nodo del problema. L’ora esatta. Tarda a nostro avviso.

Un attentato a Berlino a fine anno, un nuovo governo dal volto metallico della tecnocrazia al potere e una qualità della stampa tra la Moldavia e il Benin. Questo ci voleva per rimettere in moto la macchina infernale dei lager per migranti, i C.I.E., carceri etniche per detenzioni amministrative che si sperava abbandonati nella pattumiera della Storia.

Si agita la minaccia terroristica per ridisegnare una rotta politica a tutta destra pensando bene di arginare xenofobia e razzismo anticipandone tanto politiche che contenuti.

minnitiCosì, mentre un Ministro della Difesa può immaginarsi i nuovi Cie con torrette, filo spinato e sorvegliati da militari con fucili d’assalto, quello dell’Interno, di concerto col capo della Polizia, può “tranquillamente” chiedere “rastrellamenti” nelle città per raddoppiare il numero delle espulsioni. Nemmeno il lessico è più un riparo. È sufficiente diffondere paura e la percezione che il migrante sia sinonimo di pericolo sociale che si possono tornare a chiamare le cose col proprio nome, senza pagare alcuna tassa sull’altare della pubblica opinione. Allora torniamo a chiamarle col loro nome:


La deportazione che viene.

Titolo e “pezzi” sono presi direttamente da qua.

Il dibattito sulla questione immigrazione in Italia sta raggiungendo delle vette di isteria incredibili, tanto si è spostata a destra la discussione pubblica attraverso la creazione della cosiddetta “emergenza” nell’immaginario collettivo e attraverso la pratica di controllo e gestione repressiva delle persone migranti nella realtà. Vediamo cosa sta succedendo. Praticamente si dà per scontata ormai l’idea di dover espellere dal territorio italiano il maggior numero di persone non regolarizzate. Non solo quelle che verranno in futuro, si tratta di espellere anche quelle che sono arrivate qui mesi e anni fa e non hanno ottenuto o non otterranno i requisiti giuridici per restare. Questa idea è ormai complessivamente sdoganata nel dibattito tra le forze politiche, mediatiche e sociali del paese, non è più una tematica esclusiva della sezione di Brambate Bergamasco della Lega Nord Padania. […] Oggi in media l’80% delle richieste di protezione internazionale viene rigettata. Le motivazioni di questo rifiuto sono, ovviamente, totalmente arbitrarie, per quanto le si voglia giustificare con la divisione tra migranti economici e rifugiati provenienti da territori di guerra. È evidente che una tale divisione sia difficile da fare, tanto è vero che molti migranti sono rispediti in Niger o in Afghanistan o in altri territori dove sono in corso guerre, guerre civili, terrorismo, bombardamenti contro il terrorismo etc. Questo 80% è una convenzione arbitraria decisa dall’apparato statale italiano, che a sua volta si confronta con quello europeo e con quello degli altri paesi che non vogliono che gli immigrati entrino nei loro confini.

rivolteL’Italia vista da un punto di vista migratorio non è altro che una lunga carreggiata che porta direttamente all’Europa del Nord. La gestione dei flussi è basata su due tipi di intervento. Il primo è rappresentato dai patti bilaterali con i paesi extraeuropei per i rimpatri e il contenimento dei flussi nei quali non si bada troppo al fatto che magari possano essere regimi dittatoriali o paesi in uno stato di guerra semipermanente, si veda ad esempio, il recente accordo di Minniti con il “governo” Libico (quale poi?). Il secondo è l’organizzazione di quel dispositivo di filtraggio e selezione dei migranti che li smista attraverso strutture note come gli Hotspot, i Cas, i Cara, fino alla “seconda accoglienza” degli Sprar.

In realtà non vi è alcun sistema di accoglienza in Italia perché gli unici prodotti previsti sono irregolarità e clandestinità. Se, come abbiamo visto, le prospettive di regolarizzazione sono minime e alle volte inesistenti la marginalità e l’irregolarità diventano regola. “Più si restringono i canali ufficiali di mobilità, più aumentano quelli illegali. Non è un’opinione, è un fatto. E la produzione di illegalità non è un effetto collaterale ma un processo pienamente integrato nel meccanismo di gestione della mobilità migrante. […] La diffusione di una percezione di pericolo sociale è funzionale alla trasformazione delle politiche di accoglienza e al ripristino di dispositivi di controllo. Il corpo migrante non è più solamente illegale, è pericoloso. Il razzismo assume il volto della paura e si trasforma in ordine del discorso dominante.” (qua)

La risemantizzazione del corpo migrante non è un’esclusiva legislativa ma possiede anche una sua dimensione narrativa. Se guardiamo a come sono stati raccontati recentemente alcuni fatti di cronaca tocchiamo con mano le braci che ardono sotto la cenere. coispnapolA Napoli la camorra spara contro alcuni migranti che si rifiutavano di pagare il pizzo, viene ferita anche una bambina. Fin da subito la vicenda viene spacciata come un regolamento di conti la cui unica vittima sembra essere la bambina. Solo in seguito si chiariranno i motivi della sparatoria.

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Cona (Venezia), siamo nel Centro di Prima Accoglienza una ex base militare dove, dimenticati nella nebbia della gelida campagna veneziana, vivevano circa 620 persone. Sandrine Bakayoko, 25 anni, un diploma informatico e un figlio di 8 rimasto in Costa d’Avorio muore ufficialmente per cause naturali nel bagno del centro. Scoppia una rivolta legata al ritardo nei soccorsi e al sovraffollamento della struttura già noto da tempo. repubblicaIl procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio non perde di certo tempo per soffiare sul fuoco e a caldo dichiara che “non si possono escludere infiltrazioni terroristiche a Cona”. La stampa da risalto alla rivolta, pochi gli accenni alla morte di Sandrine. Mentre la Procura indaga per   danneggiamento, violenza privata e sequestro di persona i “responsabili” della protesta, i migranti, accompagnati dalla celere, vengono trasferiti in Emilia su dei bus.

Nella tragedia di Cona, che non può certo essere vista come tale ma come il prodotto di una specifica politica fallimentare c’è tutto: dalla criminalizzazione in toto del corpo migrante (fino alla sua equiparazione diretta col terrorismo) fino al fallimento della gestione emergenziale del fenomeno migratorio.

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Nei piani ministeriali esiste un programma di ricollocazione dei migranti richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale. Nella realtà, l’ossatura è costituita dai CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, che sono divenuti in poco più di un anno la regola, la normalità. Così come si è fatta consuetudine la loro collocazione in strutture militari dismesse poste in aperta campagna, in un tessuto di paesini di poche migliaia di residenti. Luoghi dove stazionano migliaia di persone in violazione delle più elementari norme di igiene e forse sicurezza: tendopoli sature di letti a castello, dove il tempo trascorre tra escrementi ed avanzi di cibo avariato. Luoghi dove non si entra, ma da dove i migranti possono uscire e raccontare o diffondere agghiaccianti video come nel caso della struttura di Cona. Affidati in gestione a società cooperative solo nella ragione sociale e molto spesso dedite ad attività di altro tipo, nella realtà i CAS sono mere occasioni di speculazione finanziaria. Basti un accenno alle vicende di Mafia Capitale per chiudere ora questo argomento.” (qua)

L’immagine di un fallimento. Nemmeno una settimana che le regole “dell’accoglienza” italica producono una nuova morte. A Sesto Fiorentino, questa volta, dove Alì Moussa rimane ucciso nell’incendio che divampa nello stabile dell’ex-Aiazzonede nel quale si rifugiava. Muore per aver tentato di recuperare quei documenti che gli servivano per il ricongiungimento familiare. Ci aveva messo due anni a recuperare i documenti per il ricongiungimento familiare. Due anni tra uffici, burocrazia, bolli, umiliazioni. Due anni e 500 euro. Quei documenti si trovavano tra le fiamme dell’ex-Aiazzone. Ali è entrato in mezzo al fumo e le fiamme e non è più uscito dal capannone. E’ morto per non dover essere umiliato ancora dal sistema dell’accoglienza. Per un pezzo di carta che non gli avrebbe restituito nessuno. La vostra accoglienza fa schifo. (qua)

salvini35 euro, Wi Fi e alberghi a cinque stelle!! Poi continuiamo a dire che bisogna ignorarli mentre stanno h24 in  televisione o a fare le lezioncine morali se qualche pagina del libro di Salvini viene stracciata durante una protesta!

Emergenza, Emergenza. Ma quale emergenza? “Eppure, se andiamo a vedere i numeri reali, la situazione è ben altra rispetto alla paventata invasione. Come riportato da Agi, “In base ai dati Istat, risulta che il numero totale di immigrati in Italia è in costante diminuzione, -27% negli ultimi cinque anni: dai 386 mila del 2011 ai 280 mila del 2015. Il saldo migratorio nel nostro paese, cioè la differenza tra immigrati ed emigrati, è ancora positivo ma va riducendosi sempre di più”; quella che è cambiata è la composizione migrante, con una progressiva sostituzione degli arrivi via terra con quelli via mare: meno migranti in cerca di lavoro e più richieste di protezione asilo. Questo in virtù anche degli effetti della crisi economica sul nostro paese (meno appetibile di un tempo) e dello sviluppo di alcuni conflitti la cui responsabilità ricade in buona parte anche sulle politiche estere adottate dagli Stati UE (vedi il caso Siria). […] marco-minniti-olycom-835

Il corpo migrante quindi diventa anche un capro espiatorio, utile a silenziare invece qualsiasi discorso critico sulle cause del terrorismo e sugli effetti della gestione della crisi. Montello, Gorino non sono casi isolati, non sono effetti collaterali; sono il prodotto compiuto del razzismo istituzionale, delle politiche di respingimento e criminalizzazione dei migranti.” (qua)


Le prime Resistenze. 

È mercoledì, intorno a mezzogiorno, siamo davanti al Tribunale di Nizza. L’uomo che si vede nelle foto qui sotto è Cedric Herrou un contadino francese di 37 anni della Valle della Roya, una zona montuosa al confine con l’Italia. Si ritrova sotto processo in Francia per aver aiutato duecento migranti ad attraversare il confine e per averne sfamati e dissetati altri, molti dei quali minori. Rischia fino a cinque anni di prigione e trentamila euro di multa solo per aver aiutato delle persone.

“Mi ritrovo nell’illegalità per aver salvaguardato i diritti dei minori. La Storia si scrive tutti i giorni ed è nostro dovere “alzarci in piedi” quando le cose vanno male.” Queste le parole che riserva al giudice, che faranno il giro del mondo e che saranno quasi ignorate dalla stampa italiana sulla quale ormai fanno fatica anche a trovare spazio le continue stragi nel Mediterraneo.
Fuori dal tribunale, una piccola folla è riunita per portare solidarietà a Cedric. Si improvvisa una conferenza stampa. Cedric in qualche modo diventa simbolo di una lotta contro confini mortiferi e se il procuratore, in maniera un po’ vile, anticipa il dibattimento chiarendo che si tratta di un processo che in realtà è una tribuna politica e che fuoriesce dal ruolo della giustizia oltre ad affermare che un certo genere d’azioni consistono nel negare che esiste una frontiera e che un Paese possa votare delle leggi, c’è chi la prende ancora peggio. E’ il caso del presidente del dipartimento Alpes Maritimes, Eric Ciotti, che accusa direttamente Herrou di non avere altro scopo se non quello di provocare e sfidare l’autorità dello Stato, “La sua azione è un insulto agli agenti di polizia, ai gendarmi, ai doganieri e ai militari.” A fine dicembre più di 4000 utenti di Nice-Matin avevano eletto Cedric Herrou «Azuréen de l’année» e la cosa non era stata ben vista dalle autorità. Migranti bloccati alla frontiera tra Italia e Francia a VentimigliaAd agosto, mentre in Italia succede questo, Cedric viene arrestato una prima volta per aver accompagnato, a bordo della propria auto, otto ragazzi eritrei lungo il confine tra l’Italia e la Francia prosciolto poi dalle accuse per aver agito guidato da motivi umanitari. Nel mese di ottobre, assieme ad altri attivisti occupa con una cinquantina di eritrei un villaggio vacanze abbandonato di proprietà delle ferrovie francesi (Sncf). Appena tre giorni dopo interviene la gendarmerie che sgombera il campo e torna ad arrestare Cedric. La sentenza sul suo caso è attesa per il 10 febbraio.

La solidarietà è un’arma potente, in grado di incrinare i rapporti di forza tra un’umanità debordante e una cieca burocrazia che tenta di negarla con meccanica violenza, per questo va perseguitata.

In questo Cedric non è di certo solo. Nel dicembre del 2015 Claire Marsol, una militante di 72 anni viene multata di 1500 euro per aver aiutato due eritrei a viaggiare fino a Nizza. Nel gennaio 2016 un ex-militare britannico, Rob Lawrie, viene giudicato per aver accompagnato una ragazza afghana dalla “giungla di Calais” al Regno Unito. Prima processato per “favoreggiamento dell’immigrazione” viene in  seguito multato di 1000 euro. Ancora, Pierre-Alain Mannoni un ricercatore 45enne deciso a commettere un “reato di soccorso” a favore di tre eritrei, accusato, poi infine assolto con una sentenza che farà giurisprudenza, di aver favorito l’ingresso e la circolazione illegale nel territorio francese di persone sprovviste del permesso di soggiorno. Ma sono tanti coloro che, lontano dai riflettori ma sotto l’occhio vigile delle varie polizie, si attivano per informazioni, generi di prima necessità, servizi e protezione verso chi è soprannominato “clandestino”.

“Sulla rivista Altreconomia la giornalista Ilaria Sesana racconta come quello dei reati di solidarietà sia un fenomeno in aumento in tutta Europa e corrisponda a una graduale criminalizzazione dei cittadini che aiutano i migranti.blu-fortress-europe-cover3

“Como, Udine, l’isola di Lesbo, Calais, Ventimiglia e, sul versante francese, la val Roia. La mappa dei delitti di solidarietà si allarga su buona parte dell’Europa – scrive Ilaria Sesana – e, in molti casi, coincide con quella delle emergenze legate all’accoglienza o al transito dei richiedenti asilo”.

Esiste una direttiva europea del 2002 che punisce chi aiuta le persone senza permesso di soggiorno. “Un testo stringato, una pagina e mezza appena, in cui si afferma il principio secondo cui chiunque aiuti un migrante irregolare a entrare in Europa o durante il suo viaggio all’interno dei confini dell’Unione sta violando la legge”. Gli stati potrebbero, però, introdurre nel loro ordinamento la “clausola umanitaria”, che metterebbe operatori e volontari al riparo dal rischio di finire sotto processo, ma non lo fanno.” (qua)

E in Italia? “Accade che a Udine si venga perseguiti per aver portato thé caldo e spiegato come si chiede asilo a persone lasciate in mezzo ad una strada dalle istituzioni preposte. Accade che a Pordenone i compagni di Rifondazione Comunista decidano di aprire la propria sede per ospitare 9 richiedenti asilo rimasti al gelo, perché nesun altro interviene per garantire la loro, di sicurezza. d0d4c770ec265f6b4e89f02a644e4d00-kd4h-u4323077339726340d-1224x916corriere-web-roma-593x443Accade che a Roma, di fronte all’assenza cronica dei servizi sociali, le persone comuni garantiscano assistenza ai migranti che erano al Baobab e che attendono ancora adeguata sistemazione. Poche persone per cui l’opulenta capitale non dà risposta. Del resto la grande potenza mondiale, quando si tratta di persone in condizioni di disagio non fa differenza di nazionalità. In 72 ore sono morte 8 persone per il freddo di questi giorni e per la povertà a lungo covata e su cui non si è mai intervenuto. Tanti invece hanno trovato aiuto quasi esclusivamente grazie agli impegni di volontariato laico e religioso, scarse le risposte istituzionali che oggi invocano la sicurezza e la “tolleranza zero”. E ti senti dire a volte, da chi resta fermo e inattivo, che c’è anche la paura ad aiutare. Il timore di invischiarsi. Si perché se ad esempio si aiutano coloro che sono alla frontiera in attesa di andarsene dall’Italia, come a Ventimiglia, partono i “fogli di via”alcuni per fortuna recentemente revocati dal TAR, anche in 16 comuni limitrofi. Pericolosi evidentemente coloro grazie a cui si deve la salvezza di molti e molte. Peccato che in quella strada, che dall’Italia porta alla Francia, più di una persona priva di aiuto, abbia perso la vita investita da treni, tir, automobili. Ma chi aiuta i profughi commette un “reato”, favorisce la loro presenza e il loro transito, meglio quindi chi volta le spalle. E accade una vicenda simile a Como, dove da tempo la stazione e l’area antistante è punto di passaggio per chi tenta di andare in Svizzera. Chi arriva lì ha bisogno di aiuto, ha ricevuto spesso solo risposte repressive e chi ha provato a solidarizzare, chi si è messo a disposizione per fornire generi di prima necessità ha incontrato il pugno duro delle istituzioni, 16 fogli di via e il divieto per un anno di passare nel territorio della provincia, emanati nei confronti di cittadini italiani e svizzeri.” (qua)

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Belgrado, 2017.

Quest’estate, su un’editoriale di Infoaut “Il problema è il confine” si poteva leggere: In questi mesi, sta emergendo sempre più chiaramente che il ruolo preposto dall’Unione europea all’Italia per i prossimi anni è quello di essere un deposito di materiale umano sfuggito alle guerre umanitarie dell’occidente e alla sistematica spoliazione delle risorse dei paesi del sud globale che hanno subito gli ultimi decenni di “aiuto allo sviluppo. Oggi risulta chiaro a tutti come si intenda procedere verso questa direzione.

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Dietro la “caccia al migrante irregolare” tuttavia vi è un dato che non sta emergendo a dovere ed è la volontà di intensificare il controllo sociale. Ronde per “la sicurezza”, “rastrellamenti” anti-clandestini e una crescente militarizzazione delle nostre città non sono fenomeni che riguardano e riguarderanno esclusivamente i migranti. Col passare del tempo e con l’aggravarsi della crisi, questi dispositivi verranno verosimilmente applicati anche a coloro non sufficientemente integrati o direttamente adattabili a questo sistema. La Resistenza si fa dunque necessaria.


Il C.I.E. a Modena.

Il 19 gennaio prossimo, durante la Conferenza Stato – Regioni, il neo Ministro dell’Interno, Marco Minniti presenterà il “Piano per la sicurezza”. Sarà in quell’occasione che si deciderà l’ubicazione del nuovo CIE in Emilia-Romagna. Purtroppo Modena è la candidata per eccellenza e si giocherà con Bologna la palma per l’assegnazione di questa nuova vergogna. Del “Piano” trapela poco ancora, oltre al rafforzamento delle attività di polizia nei territori pare che si punti a strutture dalla capienza limitata (80-100 internati) sulla falsariga dei piccoli CIE francesi.

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A seguire le tracce lasciate sul terreno, che ci parlano di un bel colpo di spugna sulla gestione del vecchio Cie, non vi è nulla da sperare. Si “ripulisce” il vecchio per preparare il nuovo. Inoltre, se a Bologna il sindaco Merola ha già più volte espresso la propria contrarietà (è vero che le sue sono parole che valgono poco ma tant’è) non altrettanto ha fatto un Muzzarelli rimasto sul vago.

Dunque il rischio che sia proprio Modena la città prescelta ad ospitare il nuovo lager per migranti è estremamente alto. Proprio per questo è stata lanciata un’assemblea cittadina sul tema, aperta a “tutte e tutti, siano essi singoli o collettivi, interessati a discutere di come combattere l’ennesimo crimine governativo, come sempre con grande sperpero di risorse pubbliche.”

Purtroppo il fascismo cittadino non è esclusiva di “Terra dei Padri”.

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