Sono tempi orribili.

Posted on 5 maggio 2017

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“Con il decreto Minniti e la legge sulla legittima difesa, il Partito Democratico ha deciso definitivamente di essere un partito della peggior destra che fa leva su istinto, ignoranza e luoghi comuni.”
Roberto Saviano

Quando certe affermazioni arriva a farle persino un campionissimo del gusto nazionalpopolare come Saviano significa che la misura è stata superata già da tempo. Non vi è più un argine da oltrepassare e nemmeno dei suoi resti se ne intravedono le tracce; si galleggia in mare aperto con un gelo carico di paura che cala come la notte mentre forti correnti di burrasca annunciano il peggio. Ovunque ci si giri l’incontro non è altro che una trappola, un ostacolo, un nuovo blocco sul percorso.

Occorre utilizzare un po’ di ingegno, forzare leggermente le chiavi interpretative e immaginarsi un fronte interno che si sposta al ritmo dei titoli di giornale, delle sparate dei politici, dei falsi bersagli e della neolingua imperante. In molti hanno notato la recrudescenza di questa settimana. Dalle cariche del Primo Maggio a Torino fino alla morte di Niam Maguette è stato un crescendo. Un’Italia asfissiante che dietro a parole come “buonismo” e altre amenità social nasconde una ferocia che pian piano ha cominciato a penetrare nell’intimo, nel post-umano, in quell’interstizio che contiene al tempo stesso tutta l’estetica della trasgressione accompagnata dall’omologazione più totale, il verbo del mercato nel quale se non hai la possibilità di consumare non sei niente e non puoi niente. Cominciò così. Ci ricorderemo di questo 2017 come l’anno in cui i rastrellamenti, le retate, le angherie e i soprusi verso gli ultimi abbiamo cominciato a chiamarli “decoro”.

Milano, 2 maggio 2017,  scene che sembrano ambientate in una Germania anni ’30.

Guardare per credere.

Sembra che qualcuno abbia voluto “vendicarsi” di quanto successo una decina di giorni fa, per questo si inscena un’operazione in grande stile: elicottero, guardie a cavallo, sciacallo e megafoni dello sciacallo appresso. (Non si finirà mai di sottolineare abbastanza quanto giornalisti e media siano tra i principali artefici della deriva fascista in atto in questo Paese.)

Nello stesso Paese dove “Ivan il russo” fugge da tempo indisturbato le operazioni di polizia si fanno così: spettacolari, a carattere di spot per il leghista-nazionale con la felpa, tanto feroci quanto inefficaci. “Vengono trasferite in Questura 52 persone. Nessun arresto e nessun fermo. Cinque persone trasferite scoprono in quell’occasione di aver ricevuto il riconoscimento della protezione umanitaria.” Non è la prima volta che accade a Milano (leggere qua) ma è la prima volta che un’operazione del genere si compie in diretta.

diretta

È lo schifo più completo. Ma non vi è nemmeno il tempo di deglutire l’accaduto che a Roma succede di peggio. Durante un rastrellamento del nucleo speciale della Polizia Locale di Roma Capitale muore Niam Maguette, un lavoratore di 54 anni a pochi metri dal luogo in cui, quarant’anni fa, veniva uccisa Giorgiana Masi. Sui giornali si parla di malore ma ci sono macchie di sangue sulla strada e le testimonianze dicono anche altro: “È caduto e ha sbattuto la testa”, “L’hanno investito agenti in borghese con la moto, è caduto e ha sbattuto la testa”. (Da qua) E gli sciacalli che già spargono il loro rumore di fondo sul corpo di Niam fanno già intuire quale sia la versione più attendibile. Come per Milano, non è certo la prima volta che si effettuano blitz di questo genere ed è già successo che venditori ambulanti finissero sotto le ruote di una macchina o di un bus, se non nelle acque del Tevere per fuggire agli agenti. Certo è che rivendicarsi il successo dell’operazione con l’hashtag #decorourbano dopo la morte di una persona come fatto su Facebook dalla Polizia Locale di Roma Capitale è un’altro tassello del mosaico distopico che ci circonda. (Da qua)

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Proviamo a mettere in fila il pattuglione “scelbiano” della polizia alla stazione di Milano, il rastrellamento del “ghetto” nelle campagne di Foggia, la caccia ai venditori di strada a Roma – con il drammatico esito della morte di un immigrato senegalese padre di due bambini – , la valanga di misure restrittive, le condanne e sanzioni economiche arrivate ad attivisti sociali e sindacali, il Daspo applicato a Roma addirittura ai lavoratori di una società partecipata per le proteste al Campidoglio, la “trappola” e le manganellate contro i manifestanti del 1 Maggio a Torino. Tutti gli indicatori di disagio sociale sono in crescita, ma è venuta completamente meno la funzione della politica: trovare soluzioni, cercare di mantenere la coesione sociale, opporsi alla crescita delle disuguaglianze sociali. In nome della governance e della sicurezza, ma anche del rispetto dei vincoli di bilancio, dei Trattati Europei, della de/responsabilizzazione del soggetto pubblico dalla gestione del welfare, le esigenze sociali si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine. Il Decreto Minniti recentemente approvato, corrisponde pienamente a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue” andando a colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Insomma è stata apertamente dichiarata una guerra contro i poveri attraverso l’istituzionalizzazione di uno “Stato penale” funzionale ad essa. Consapevoli del lavoro sporco che dovrà fare, con il decreto Minniti il governo ha creato un sistema di deterrenza che deve scoraggiare ogni protesta sociale o comunque neutralizzare i soggetti sociali, sindacali, politici più attivi. Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto producono su un lavoratore Lsu, un operaio di una fabbrica in via di chiusura, la lavoratrice di un supermercato, un un giovane disoccupato? Infine, ma non certo per importanza, il Decreto Minniti ha introdotto un doppio standard giuridico, uno per gli “italiani”, l’altro per gli immigrati. Viene così a crearsi una legittimità “dall’alto” che copre e incentiva ogni intervento pesante sul piano dell’ordine pubblico contro gli immigrati. E’ evidente come il dogma della legalità stia entrando apertamente in contraddizione con ogni criterio o richiesta di giustizia sociale. Il 4 dicembre un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato dalla filosofia della governance autoritaria. Ma questo stillicidio ormai quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, pattuglioni di strada, Daspo etc. sta configurando uno Stato di polizia, per il momento meno clamoroso di quello di Erdogan, ma animato dalla medesima filosofia. Da (qua)

“Se mobilità esiste è solamente verso il basso, tra operai e mendicanti, tra mendicanti e delinquenti, tra «classi laboriose» e «classi pericolose». Il diaframma che tiene distinti questi strati sociali è di per sé sottile. Anche chi ha un’occupazione relativamente stabile, connessa con le principali industrie cittadine, conduce un’esistenza di povertà e di stenti, tanto più penosa quanto più è folta la famiglia che deve mantenere”.

Sembra una descrizione dell’attualità ma è una citazione presa da Gli sbirri alla lanterna di Evangelisti, la plebe giacobina bolognese (1792-1797) e non siamo ancora entrati in epoca contemporanea secondo alcune convenzioni storiografiche. Dopotutto, viviamo in tempi in cui la disuguaglianza galoppa a dismisura e i livelli attuali raggiungono quelli del Medioevo (dal Corriere). Abitiamo un Paese nel quale un ottantenne (80enne!!!) può morire a Regina Celi perché rubava biciclette!

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Ed in questo clima non poteva di certo mancare la ciliegina sulla torta, la licenza d’uccidere, lo sparare “in tempo di notte”la nuova legge sulla legittima difesa partorita dal Pd per completare l’opera delle leggi renzianissime inaugurate con il decreto Minniti-Orlando (ormai legge) concepito a discapito dei dati che vedono i reati in diminuzione.

bianiMa torniamo un’attimo alle parole di Saviano. “La politica decide di abbandonare la statistica (secondo cui per i reati predatori tra il 2015 e il 2016 c’è stato un calo del 16% e non un aumento) per assecondare la percezione del crimine e “invitare” i cittadini ad armarsi. La sicurezza si ottiene con politiche sociali, con l’aumento dei controlli, non delegando alla difesa personale, cosa che lascia una tale discrezionalità da rendere pericolosissima questa legge. Non è più ciò che realmente accade il criterio guida per stabilire come fare le leggi, ma la percezione che le persone hanno della realtà, una percezione indotta dai media che parlano di insicurezza con argomentazioni leghiste. Quando il nuovo fascismo sarà alle porte ricordiamoci di chi gliele avrà fatte trovare aperte.” (Qua)

È notte fonda ma già domani sarà un nuovo giorno. Importantissimo. Il movimento che da più di vent’anni tiene in scacco governi, mafie, apparati repressivi e mass mediatici torna a marciare sulla strada. 6 maggio 2017, una data essenziale non solamente per la Valle e per il movimento NoTav ma per il Paese nel suo complesso.

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Dalle stanze del potere escono ogni giorno fiumi di parole che trasmettono un messaggio rassicurante: “Siete in buone mani, potete guardare con fiducia al futuro”.

Ma ogni volta che piove siamo in ansia perché nulla è stato fatto per frenare il dissesto idrogeologico, ogni volta che la terra trema sappiamo con certezza che molte persone non avranno più una casa e i rapporti sociali di intere comunità saranno distrutti.

Ad ogni viaggio in autostrada bisogna fare gli scongiuri per non finire schiacciati da un cavalcavia che crolla o da un tratto di strada che sprofonda.

Ogni mattina, quando portiamo i nostri figli a scuola, siamo più preoccupati del soffitto che rischia di crollargli sulla testa , che della loro verifica di matematica.

Assistiamo ogni giorno al crescere dei tempi di attesa per una visita specialistica e non abbiamo alternative.

Dobbiamo fare i conti, dopo una vita di lavoro, con pensioni che non permettono d’invecchiare serenamente, senza l’opportunità di poterci prendere cura dei nostri figli, e di nuovi progetti, e se siamo costretti e fare i conti con una disabilità, siamo lasciati soli.

Ai giovani il futuro è negato, condannati alla precarietà e nell’incertezza di tirare a campare secondo canoni imposti che legittimano sfruttamento e lavoro nero, e se conquistano un lavoro dignitoso, rischiano di perderlo con poche speranze di ritrovarne uno.

Viviamo un presente fatto di annunci, incertezze e sperpero di denaro pubblico, e non ci sentiamo di certo in buone mani. Tutto ciò ci farebbe rabbrividire se non fosse che da tempo, abbiamo deciso di impegnarci per cambiarlo, per costruire un futuro diverso.

In Val di Susa ogni giorno osserviamo un cantiere del Tav a pochi passi dalle nostre case, e vediamo l’enorme sproporzione d’investimenti in quel primo buco inutile a fronte dei veri bisogni del nostro Paese e di tutti noi che ci viviamo. E sappiamo che a questo primo cantiere vogliono aggiungerne altri, più devastanti e più costosi.

La politica non risponde, per volontà e incapacità, a nessuna delle richieste reali che vengono da questo presente: casa, reddito, dignità dovrebbero essere fari portanti di chi siede al governo di un Paese nato dalla Resistenza, ma vediamo invece che sono altri i punti cardine che guidano chi governa e chi ci ha governati: profitto, favori alle lobby, inconfessabili interessi personali.

Nella nostra valle manca molto, ma non mancano certo le vie di comunicazione: un’autostrada, due statali e una ferrovia ci collegano con la Francia e costituiscono una rete moderna di trasporto passeggeri e merci; eppure ancora oggi, con un progetto vecchio di anni, ci viene raccontata la balla della necessità di una nuova ferrovia per le merci, quella che non riescono a rappresentare correttamente nemmeno nei grafici fantasmagorici che producono, semplicemente perché non ci sono previsioni credibili e non potranno esserci.

Questo mondo ha bisogno d’altro, lo vediamo tutti i giorni.

Eppure sembra più importante buttare miliardi di euro in un’opera inutile e difenderla con l’esercito che dare risposte a chi si trova senza lavoro o senza casa, o a chi ha perso tutto per una calamità naturale le cui conseguenze sono ingigantite dal degrado di un territorio abbandonato a sé stesso o già ampiamente saccheggiato e devastato. Sembra più importante che dare accoglienza a chi è in fuga da guerre e fame create dagli stessi paesi che chiudono le proprie frontiere.

Ci opponiamo con tutta la forza che abbiamo in corpo, e nel cuore, a questa ingiustizia, e lo facciamo per noi, per i nostri figli, ma anche per tutti quelli per cui non ci sono mai risposte concrete, perché ogni euro speso per il Tav (e per altre grandi opere inutili e dannose) è un euro rubato a qualcosa di utile per tutti noi.

E lo facciamo insieme a tutte le altre lotte contro le Grandi Opere Inutili e Imposte in Italia, in Europa e oltre: No TAP, No Terzo Valico, No Tunnel TAV Firenze, No Muos a Niscemi, No MOSE e No Grandi Navi a Venezia, Notre-Dame-des-Landes in Bretagna, HS2 in Gran Bretagna, KS21 in Germania, Standing Rock negli USA, e molti altri.

Mentre ci condannano alle malattie generate dagli scavi e dalla progettazione creativa a cui assistiamo in Valle di Susa, non ci rassegniamo, lottiamo e giriamo l’Italia e l’Europa conoscendo tante piccole e grandi comunità che si oppongono come noi, o altre che vorrebbero farlo solo che non ne hanno la forza sufficiente.

Crediamo sia giunto il momento di rimetterci nuovamente in marcia per la nostra Valle e non solo, ancora una volta, e per tutte le volte che ce ne sarà bisogno; perché non accettiamo più che i nostri soldi vengano utilizzati per condannarci a morte con opere inutili, devastanti ed inquinanti piuttosto che per mettere in sicurezza i territori, per la ricostruzione, per le bonifiche, per la difesa della salute, per la scuola, per le pensioni, per il futuro dei nostri giovani.

Da oltre 25 anni resistiamo, e ci stiamo attrezzando per farlo per tutto il tempo che servirà, perché c’eravamo, ci siamo e ci saremo!

Le nostre ragioni di ieri sono le stesse di oggi, e oggi sono ancora più forti.

Vogliamo dirlo e farlo vedere tutti e tutte insieme, sabato 6 maggio 2017, per una grande manifestazione popolare da Bussoleno a San Didero, in Valle di Susa, la valle che resiste e non si arrende, né ora né mai! 

Il Movimento NO TAV

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