Alcol etilico in cucina. Modena, una città tra sicurezza, degrado e apatia.

Posted on 31 maggio 2017

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La morte di per sé non rappresenta un ostacolo improvvisamente posto davanti al nostro cammino, essa fa parte della vita, lunga o breve che sia, è ciò che viviamo tutti i giorni che caratterizza il nostro essere e il nostro agire, sono le nostre esperienze, ciò che ci accade quando mettiamo il naso fuori dai nostri “luoghi sicuri”, le interazioni che creiamo con altri esseri umani, uomini o donne che siano; tutti noi ovviamente vediamo lunga e soddisfacente la nostra presenza su questo pianeta. A volte, però, qualcosa va storto: il lavoro perso all’improvviso, un conto inaspettato da pagare ecc.; in quel momento ci rendiamo conto di quanto sia vulnerabile la nostra posizione all’interno della società, in balia di eventi globali che nell’estenuante concretezza quotidiana non sempre riusciamo a percepire.

sorryIl mondo in cui viviamo oggi non consente debolezze, vuole il meglio da te, devi essere efficiente sempre, comunque, in ogni caso. Siamo stati educati con il mito del “self-made man” di triste memoria Berlusconiana, tutto è lì esposto davanti a noi, ciò che abbiamo di fronte va preso ed utilizzato, devi essere solo contro tutti gli altri perché essi devono rappresentare un ostacolo (o una presenza scomoda), occorre meritarsi la propria posizione di successo.

Tutto comodo e affascinante? Beh non proprio; tralasciando volutamente le considerazioni sociali che implica una cultura iper-individualista, base di un sistema a capitalismo avanzato, possiamo considerare come la crisi economica del 2008 abbia affossato definitivamente non solo le speranze di tanti e tante nel raggiungere la prosperità tanto sperata ma, soprattutto, il mito della “fine della storia” su cui l’Occidente taylorista post-conflitto mondiale si era costituito. Ciò che interessa a chi scrive è l’assoluta distopia in cui viviamo oggi.

Siamo in una città per cui la Ferrari, Bottura, la Maserati e i turisti col cappellino in centro storico, diventano gli indicatori sociali del benessere cittadino. Sembra quasi che il simbolo (cavallino, tridente o forchetta che sia) diventi ancora di salvataggio a cui aggrapparsi quando non troviamo più punti di riferimento. Allora affolliamo i centri storici per le notti bianche, trangugiamo cibi e bevande provenienti da vari paesi del mondo durante feste culturali etnogastronomiche europee, scriviamo sulla cucina modenese estasiati dell’eccellenza che questa terra esprime.

vecchietta

Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Una delle risposte possibili viene dalla notizia riportata sui giornali locali(!!!!!!!!!!!!) di una signora gravemente ustionata (fortunatamente sopravvissuta) in casa per avere utilizzato alcool etilico anziché il comune gas da cucina, in quanto quest’ultimo le era stato “tagliato” dal fornitore HERA.

Di fronte a queste notizie il primo sentimento è di stupore, come siano possibili, nella città splendente sopracitata, situazioni di estremo disagio come quella resta incomprensibile. Il secondo invece, più ragionato, posa lo sguardo sulla totale assenza, in questo caso, dei tipici markers di significato che abbondano sui quotidiani locali nei quali degrado e sicurezza hanno una presenza fissa e quotidiana ma che, stranamente, non sembrano appartenere anche ad una tragedia sfiorata di questo tipo come se l’impossibilità di pagare una bolletta non interrogasse direttamente una sicurezza personale e l’essere costretti a cucinare con l’alcol non fosse una forma di degrado anch’essa.

Clarissa MartninelliDifficile anche comprendere il nesso causale tra povertà (quella sì multietnica) e flussi migratori, dico questo perché ogni volta che salgono alla ribalta notizie di questo tipo si apre la gogna mediatica rispetto a chi giunge in questo paese (con ogni motivazione possibile) e viene immediatamente visto intrinsecamente identificato come la minaccia, come la causa di ogni male economico e sociale. (Notare, a lato, che tipo di taglio venga dato alla notizia da una nota giornalista di Radio Bruno piuttosto attiva sui social: è la Modena accogliente “la causa” principale dell’accaduto, non di certo una multiutility privatizzata, quotata in borsa e con profitti da gonfiare anno dopo anno!)

Sorge allora naturale una prima riflessione: e se questi due aspetti, da un lato la “splendidissima Modena” e dall’altro l’inquietudine, la paura generata da un fattore intrinsecamente legato all’umanità (e ai conflitti da essa generati) fossero correlati nell’utilità di controbilanciare i nefasti esiti politici ed economici prodotti della governamentalità contemporanea. D’altronde se vediamo la geografia cittadina possiamo notare come ai “grandi progetti” di riqualificazione e messa “in sicurezza” del centro storico (e delle vicine zone Stazione, Tempio ecc.) si affianchino quartieri cittadini in cui la tensione sociale per quanto latente è molto presente mentre il tutto viene spacciato come “criminalità”.

Sorvolando sull’ambiguità “criminalità/sussistenza”, risulta ancora più incomprensibile, a questo punto, capire il motivo per cui laddove esistano tensioni sociali si utilizzi un lessico “criminale lombrosiano” nei confronti di quelle individualità mentre quando una delle maggiori aziende multiutility come il gruppo Hera (con un utile netto di circa 207 milioni di euro, in aumento rispetto al 2015 di circa 100 milioni) attua un comportamento (questo sì criminale) teso a privare di una risorsa fondamentale un soggetto indifeso, allora scatta il meccanismo per cui sotto sotto se l’è cercata, era anche uscita dai programmi assistenziali del Comune!!.

Esiste un problema in questa città, noi siamo sempre più soli e quindi sempre più isolati, volontariamente tenuti all’interno di monolocali a tenuta stagna, messi in relazione tra loro tramite comodi smartphone, collegati da un algoritmo del capitale che ci consente di insultare qualcuno e di esercitare autoerotismo nello stesso preciso momento (quale gioia…). In questa situazione è ragionevole pensare che chi può modificare il prezzo di una pagnotta di pane, di un metro cubo di acqua o di gas, di un’affitto, della nostra busta paga, non si faccia problemi a farlo sapendo bene di avere di fronte un individuo apatico e fondamentalmente passivo (la causa di ciò, sia chiaro, oggi non risiede nell’individuo ma nelle relazioni che l’individuo stesso vive e le possibilità di interagire e comunicare che ha a disposizione). Esistono morti silenziose come si diceva prima, alcune per breve periodo fanno più rumore, ma poi il tutto si spegne ed è questo il punto su cui soffermarsi: la situazione in cui siamo oggi chi riguarda? Dove vanno cercate le responsabilità? Storie di questo tipo mettono chiaramente sul piatto elementi utili, sta a noi cogliere le opportunità per uscire dal guscio della solitudine e dell’apatia.

A. P.

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