Cosa si nasconde dietro “all’invasione”?

Posted on 11 giugno 2017

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“Di conseguenza mi permetto di segnalarle una cosa che deve esserle sfuggita: la politica che il suo governo e l’Unione europea sta perseguendo ha l’effetto di creare sulle coste del Mediterraneo un arcipelago di campi di sterminio”.
Lettera al Ministro degli Interni Marco Minniti
da Franco Berardi “Bifo”

 

Se si guarda con attenzione c’è un lessico di origine militare dietro a molte paroline che governano il discorso pubblico nella sua quotidianità. Mentre tornano in auge nozioni come pericolosità sociale nell’ordinamento giuridico (la prima volta fu negli anni ’30) e la sicurezza diventa integrata, lo spazio pubblico si fa milite che ha perso i gradi (degrado) e che deve in ogni modo riacquistarli attraverso azioni di decoro. Anche lo sdoganamento martellante della retorica salviniana sull’invasione™ in merito all’immigrazione è un chiaro richiamo a questo tipo di linguaggio.

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Le parole veicolano il mondo che ci circonda, lo caratterizzano, infrastrutturandolo dei significati che preferiamo, per questo quando nella sfera pubblica un certo tipo di linguaggio “imbraccia l’arma” e assume caratteristiche di tipo militare possiamo stare pur certi che, in “quel campo”, la soglia del “consentito” ha già percorso un ulteriore gradino verso il basso. È per questo che serve un determinato tipo di linguaggio a confezionare in abiti “accettabili” o “civili” verrebbe da dire, situazioni che non lo sono affatto. L’ingiusto si deglutisce meglio se lo si seppellisce con determinate parole, diventa normalità e si passa oltre.

salvinÈ arrivata l’estate,  anticipata prontamente da strumentali polemiche sulle Ong indice di quanto il tema delle migrazioni sia in grado di caratterizzare l’agenda politica nostrana e internazionale. Si mettono le mani avanti, per precauzione, (lo scorso agosto ad essere demonizzati erano i  No Border) segno inequivocabile di un Sistema folle e al collasso che comincia ad essere costretto a gestire militarmente le proprie crepe. A Ventimiglia, al confine con la Francia, si comincia a morire con estrema facilità (7 morti in 7 mesi e da allora il conto si è allungato) mentre nel Mediterraneo il tasso di mortalità è duplicato dal 2016 e sestuplicato dal 2015 (qua i dati presi dal Guardian). È episodio di pochi giorni fa l’annegamento di più di trenta persone al largo della Libia (molte delle quali bambini) con la marina libica che sparava sui barconi. Con sprezzante e infinita ipocrisia la richiesta dell’Unione Europea sarebbe stata, per bocca di Federica Mogherini (alta rappresentante della politica estera Ue), quella di domandare alla Guardia costiera libica “di attenersi ai più alti standard di rispetto dei diritti umani™” (sigh!). Ma non ci badiamo troppo, parliamo di invasione™, “Taxi del Mediterraneo” e passiamo oltre.

Tuttavia i temi dei confini e delle migrazioni non rivestono un ruolo determinante esclusivamente sulle popolazioni costrette a migrare. I dispositivi di controllo e repressione agiscono di riflesso e ciò che si sperimenta su un determinato segmento di popolazione, prima o poi, verrà riservato anche ad altri. Siamo simbionti in questo, ciò che accade all’uno ha un effetto specifico anche sull’altro e lo si comincia a intravedere anche nelle nostre città nelle quali nuovi confini normativi vengono eretti ad esclusiva di qualcuno. Verrebbe da chiedersi quante analogie ci siano (ovviamente con le dovute proporzioni) tra una detenzione amministrativa e un foglio di via di 3 anni da Bologna senza aver commesso alcun reato? Tra i rastrellamenti di migranti nelle stazioni e i controlli e i fermi politici nelle stesse in vista di un summit o di una manifestazione? Fenomeni cupi in preoccupante aumento e l’ombra lunga di un nuovo fascismo che torna a stendersi sull’Europa con un volto simbolico specifico in ciascun Paese: la Troika in Grecia, l’état d’urgence in Francia, la ley mordaza in Spagna, Minniti in Italia…

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Theresa May solo pochi giorni fa.

 

Dunque cosa si nasconde dietro al lessico militare, dietro all’invasione? Esattamente questo, una gestione sempre più militare per il controllo della popolazione, delle sue libertà, dei suoi movimenti, della sua emancipazione tanto all’interno che all’esterno dei confini nazionali. Guerra e fascismo, d’altro canto, rappresentano da sempre l’alternativa più seducente quando le spie del system fail del Capitalismo lampeggiano animosamente. I solchi tracciati  lungo le faglie del corpo migrante rappresentano il metro sismografico del presente. Siano essi il tentativo sempre più goffo e brutale da parte degli Stati di contenere strategicamente la popolazione povera in eccesso o la sacrosanta insubordinazione a questo tipo di controllo che vorrebbe i corpi incatenati alle latitudini della guerra, della morte sociale o della non-vita.

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Un cartello in Niger.

I “confini” dell’Unione Europea sono confini mobili, estendibili, si va dai perimetri sigillati di filo spinato nell’Est europeo ai presidi militari fino alle vere e proprie “frontiere esternalizzate” nelle quali viene “ricollocato” il materiale umano in eccesso a cui non deve essere consentito alcuna speranza di raggiungere il continente. Possono essere gli accordi con la Turchia per il contenimento dei migranti (un primo bilancio chiaramente tragico qua) o i campi libici, chiamati mezra (magazzini in arabo), nei quali stupri, torture e condizioni disumane sono la normalità. Possono essere i vari  “hotspot”, gli “Hub”, i futuri Cpr e tutti quei campi di segregazione e disciplinamento sparsi lungo il territorio nazionale. Esatto, stiamo parlando esattamente di questo, dietro alla retorica dell’invasione™ si celano moderni campi di concentramento che, sebbene non vengano definiti direttamente in questa maniera nel discorso pubblico, risultano evidenti e sotto gli occhi di tutt*.

“E dire che ora siamo tra i principali investitori europei in Africa. Addirittura i primi nel 2016, a credere nell’ultimo rapporto della società internazionale di servizi Ernst&Young sull’attrattività delle economie africane. Attraggono infatti i centri di detenzione sparsi nel Nord Africa, in Libia e prossimamente sugli schermi del Niger e del Tchad. Il valore degli investimenti citati è, a livello mondiale, dietro soltanto a Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco. L’Europa perde il pelo ma non il vizio. La colonizzazione si adatta ai tempi, si delocalizza ma sempre dalla stessa parte. Investe dove meglio crede e nel frattempo conCENTRA le sue esportazioni nelle aree più redditizie alle politiche di esclusione mirata degli intrusi del futuro. Non ci basta aver circondato l’Europa di griglie e di fili spinati. Non è parso sufficiente aver imbastito reticolati di campi di identificazione, attesa provvisoria indefinita, prigioni d’altri tempi e ‘hot spot’. Il passo successivo, da tempo iniziato, non poteva che essere la globalizzazione del controllo. L’esternalizzazione dei campi, pardon, CENTRI di raccolta, sistemazione, promozione ed eliminazione con rinvio al mittente. Ciò compone il quadro della politica migratoria europea e italica in particolare. Una vecchia storia davvero.” (Da qua)

Già, una vecchia storia davvero, una storia coloniale:

Da un punto di vista strettamente storico, la forma-campo fa la sua apparizione al limitare del XX secolo, tra il 1896 e il 1907, nel contesto della guerra coloniale a Cuba, nelle Filippine, in Sudafrica e nel sud-ovest africano controllato allora dalla Germania. Il campo nella sua accezione moderna non coincide con le politiche di trasferimento della popolazione attuate dagli inglesi in India nel corso del Settecento, in Messico nel 1811 o negli Stati Uniti dell’Ottocento. In questo contesto, il campo è un dispositivo di guerra del quale si serve il governo coloniale per reprimere in massa le popolazioni civili ritenute ostili. Si tratta, in termini generali, di donne, vecchi e bambini che vengono sistematicamente esposti alla fame, la tortura, i lavori forzati e le epidemie.

In America del Sud, i primi esperimenti di concentramento ebbero luogo a Cuba durante la Guerra dei Dieci Anni (1868-1878). Più tardi, nel 1896, queste categorie di popolazione vennero concentrate nelle province di Santiago e di Puerto Principe dal generale spagnolo Valeriano Weyler. In certe regioni come a Santa Clara, i tassi di mortalità raggiungevano il 38%. Gli americani crearono svariati campi di concentramento nelle Filippine tra il 1899 e il 1902, quando i nazionalisti filippini insorti ricorsero alla guerriglia per far valere i propri diritti.

I campi di concentramento delle Filippine si situavano nel solco della hard war, termine le cui origini risalgono alla guerra civile americana. Una varietà di misure punitive furono allora adottate. Rientravano nel quadro del codice Lieber del 1863, che operava molte distinzioni tra le diverse categorie rispetto alle quali venivano condotte le controinsurrezioni. La più importante era quella che differenziava i cittadini leali da quelli sleali o traditori.

I cittadini sleali erano a loro volta suddivisi in cittadini dei quali si sapeva che simpatizzavano con la ribellione senza tuttavia fornirle un aiuto concreto e i cittadini che senza necessariamente prendere le armi, accordavano un sostegno oggettivo ai ribelli anche quando non erano costretti a farlo. Con l’introduzione del codice Lieber, nelle province più indomite i comandanti delle forze armate potevano trasferire il peso della guerra sui cittadini sleali. Era normale che i traditori subissero delle misure punitive eccezionali, all’occasione, che non colpivano i nemici non combattenti nei periodi di guerra regolare. Il governatore militare poteva espellere questi cittadini o farli oggetto di trasferimenti, incarcerazioni o pesanti ammende.

Misure del genere furono in effetti applicate a partire dal dicembre del 1900 dal generale Arthur MacArthur, poi successivamente – a partire dal novembre del 1911 – dal generale J. Franklin Bell. Riguardavano soprattutto la provincia di Batangas, dove la resitenza filippina era particolarmente viva. Nelle zone rurali ebbero luogo dei trasferimenti di massa, furono aperti campi di concentramento e aumentarono le torture. Gli stessi metodi vennero adottati nella provincia di Samar dal brigadiere Jacob H. Smith, che alla serie di atrocità già messe in opera aggiunse una vera e propria politica della terra bruciata e dello sterminio.

La logica concentrazionaria esisteva dunque molto prima della sua sistematizzazione e radicalizzazione sotto il Terzo Reich. Nel caso del Sudafrica (dal 1889 al 1902), la corona britannica doveva fare fronte a una logica di guerriglia. Tra il 1899 e il 1900, una guerra perlopiù convenzionale oppose due nemici. Non riuscendo a sopportare la pressione delle truppe inglesi, i boeri cambiarono presto tattica e il loro comando ricorse sempre più alla guerriglia. Invece di affrontare il nemico in campo aperto, come un esercito regolare, i boeri tornarono a indossare gli abiti civili e si confusero con la popolazione locale. Da questa posizione, potevano sottoporre le truppe inglesi a un logoramento continuo che, se anche non le sconfiggeva militarmente, aveva l’effetto di indebolirne considerevolmente il morale.

Sotto il comando di Horatio H. Kitchener la corona rispose intensificando l’istituzione dei campi di concentramento. Legalizzati dal governo nel dicembre del 1900, venivano presentati come misure eccezionali per separare le popolazioni civili dai combattenti che le forze coloniali tentavano di isolare e di abbattere. Le popolazioni civili, dunque, soprattutto donne e bambini, vennero ammassate in luoghi di desolazione circondati dal filo spinato, nei quali i tassi di mortalità si rivelarono eccezionalmente alti.

A questi modelli di origine coloniale, il Terzo Reich aggiunse una dimensione cruciale: la pianificazione dello sterminio di massa. Questa pianificazione, tra l’altro, era già stata tentata dai tedeschi nel 1904, nel sud-ovest dell’Africa, quando gli herero furono i primi a subire il lavoro forzato in un sistema concentrazionario: il primo genocidio del XX secolo. Ma al di fuori delle colonie, sul territorio europeo, la logica concentrazionaria non assunse solo delle forme naziste. È esistita prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1942, per esempio, in Francia si contavano circa un centinaio di campi. La maggior parte erano sorti alla fine della Terza Repubblica di Édouard Daladier, prima del regime di Vichy. Ospitavano ogni sorta di individuo giudicato «pericoloso per la difesa nazionale e la sicurezza pubblica», nella maggior parte dei casi persone che erano fuggite dal loro paese e si erano rifugiate in Francia (tedeschi, austriaci, poi a partire dal 1933 gli ebrei e a partire dal 1939 gli spagnoli che avevano combattuto per la causa repubblicana). Questi luoghi e altri apparsi sotto Vichy (Compiègne, Rivesaltes, Les Milles, Gurs, Pithiviers, Beaune, Drancy eccetera) servirono da laboratori in cui ebbe luogo una specifica radicalizzazione dei dispositivi preventivi, repressivi e punitivi.

I tempi producevano una moltitudine di capri espiatori. Molti stranieri venivano percepiti se non proprio come nemici, come «bocche inutili» delle quali bisognava sbarazzarsi. Erano accusati di «rubare i lavori e le donne dei francesi». Sotto Vichy, il lento oscuramento della figura dello straniero raggiunge l’apice, riducendosi a un elemento biologico degradato le cui tare e patologie minacciavano direttamente l’integrità del corpo nazionale. A partire dall’autunno del 1940, una nuova legge permette di rivedere tutte le nazionalizzazioni accordate dopo il 1927. Tra il 1940 e il 1944, circa 15.000 persone perdono la nazionalità francese e vengono «rese apolidi».

Ritorniamo dunque ai campi coloniali di concentramento per precisare che non erano, a prima vista, dei campi deputati allo sterminio propriamente detto. A proposito del caso europeo, numerosi storici suggeriscono che si faccia distinzione tra campi di raggruppamento, campi di concentramento destinati ai popoli non ebrei e campi di sterminio in cui venne attuato l’olocausto; inoltre, i campi destinati ad accogliere i nemici politici e i centri di messa a morte pura e semplice. In effetti, non furono tutti campi di morte programmata. La distinzione tra il dispositivo concentrazionario in senso stretto e l’apparato di sterminio nazista rimane dunque importante, anche se d’altra parte risulta che tutti i campi (compresi quelli coloniali) erano degli spazi dominati dalla sofferenza e dalle più svariate ed eventuali forme di morte: la morte lenta – per sfinimento, lavoro, abbandono o indifferenza – oppure come accadde nel cuore stesso dell’Europa, la pura e semplice sparizione attraverso il gas, il fumo, le ceneri e infine la polvere. In ogni caso, i campi ospitavano un’umanità dichiarata di volta in volta inutile, ™nociva, percepita come nemica o comunque parassita e superflua. È così che nella filosofia moderna il mondo dei campi è divenuto inseparabile dal mondo di un crimine singolare, perpetrato in apparente segreto: il crimine contro l’umanità.

Le colonie sono il luogo in cui si esprime più chiaramente questo problema dell’umanità contro la quale viene commesso un crimine che non è necessariamente riconosciuto come tale. Ancora oggi, non è chiaro per tutti che la schiavitù dei negri e le atrocità coloniali appartengono alla memoria del mondo; ancora meno che questa memoria, proprio perché comune, non spetta solo ai popoli che sono stati vittime di questi avvenimenti, ma dell’umanità nel suo insieme; o ancora che fino a quando risulteremo incapaci di assumere le memorie del «Tutto-Mondo», sarà impossibile immaginare un mondo realmente comune, un’umanità realmente universale. *

Norimberga, 31 maggio 2017. Mentre a Kabul un’autobomba causa 90 morti e 400 feriti (sempre perché “è il nostro stile di vita occidentale ad essere attaccato™”)  a Norimberga alcuni studenti di una scuola superiore si scontrano con la polizia per impedire la deportazione di un loro compagno di classe afghano. Sembra che 15 anni di guerra ininterrotta (una guerra alla quale anche noi europei abbiamo partecipato in nome di una presunta nostra sicurezza™) non siano una condizione sufficiente per dichiarare l’Afghanistan un Paese “non-sicuro”.

Ovunque la si guardi, immagini che infondono una qualche speranza umana in vista dell’estate.

 

*Achille Mbembe, Politiques de l’inimitié, Édition La Découverte, Paris 2016, pp. 99-104

 

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