#mobastacemento. Stregoni e fantasmi della città neoliberista.

Posted on 15 ottobre 2017

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Preambolo.

 

Allacciate le cinture che vi si racconta una storia. Pagina 8. Da Un viaggio che non promettiamo breve. Specchio mattutino. Sì, ci siete anche voi e la vostra città riflessi qui dentro:

″In tutta Italia, come in altri paesi, lottavano comitati, coordinamenti, movimenti di lotta popolare, gruppi che si opponevano a grandi opere ritenute dannose, inutili e imposte dall’alto: autostrade messe lì a far nulla, trafori perché traforare è bello (il buco! il buco!), stazioni perché dànno lustro, megacentri commerciali senza commerci, ponti gettati tra Scilla e Cariddi, imprescindibili costruzioni che nel giro di pochi si rivelavano ecomostri e toccava demolire col tritolo… Opinionisti, politici e affaristi raccontavano un’«Italia dei No», paese dove non si riusciva a costruire nulla, nazione da «sbloccare» perché accidiosa e nemica del fare, il fare, sempre il fare, non importava a quale scopo, viva il fare. Si sfornavano leggi per spingere, accelerare, rimuovere gli ostacoli, fare!, come la «Legge Obiettivo»  del governo Berlusconi 2 (n.443/2001), che il presidente dell’Autorità anticorruzione aveva poi definito «criminogena», o il decreto «Sblocca Italia» del governo Renzi (Dl n.133/2014), nome che ogni volta mi faceva pensare a un purgante, tipo il sodio picosolfato o l’olio di ricino.

Se si badava ai fatti, l’Italia era l’opposto: un paese di sì detti con noncuranza e di «opposizioni postume», lamentele tardive, indignazione a scempi ormai compiuti. A nessuno piaceva la cementificazione. Costruire era giusto ma, superata una certa soglia, costruire diventava cementificare, e nell’immaginario di tutti cementificare era spregevole. Le canzoni lo registravano fedelmente da decenni: «mentre là in centro io respiro il cemento ¦ Non ci devi far caso ¦ se il cemento ti chiude anche il naso ¦ Cemento armato, la grande città, ¦ sento la vita che se ne va ¦ Viva l’Italia presa a tradimento ¦ l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento ¦ Cemento, cemento ¦ Cemento il mio lamento ¦ Mi hai lasciato in un oceano di filo spinato, ¦ io ti ho dato prati e viole e tu cemento armato…» La cementificazione era deplorata, eppure ogni minuto, ogni singolo minuto, venivano soffocati da asfalto e calcestruzzo 480 metri quadri di terreno. Nel 2014 risultava cementificato il sette per cento di tutto il suolo italiano, più di due milioni di ettari, un’area poco più piccola dell’intera Toscana. Asfalto e cemento avevano reso il suolo impermeabile: niente più terra né radici ad assorbire l’acqua, e così aumentavano alluvioni, esondazioni e frane. Nel 2015, valanghe di acqua e fango avevano travolto 88 comuni in diciannove regioni italiane su venti, provocando 18 morti, 25 feriti e oltre 3.500 sfollati. L’anno prima era andata anche peggio: 220 comuni colpiti, 33 morti, 46 feriti e 10.000 sfollati. A ridosso delle tragedie, si parlava del «dissesto idreogeologico» del paese, ma nessuno univa i pallini numerati, e tutto riprendeva come prima. Si correva qua e là come orde di ratti per avviare grandi opere, si chiamava «managramo», «luddista» o «cassandra» chi segnalava i problemi – dimenticando che Cassandra vedeva il futuro – e si riempiva ogni spazio come se il sole non dovesse mai più tramontare, dopodiché si gridava allo scempio, allo sperpero, all’ecomostro, arrivavano le troupe, i vip, i testimonial, i pupazzi mascherati da tribuni della plebe, le trasmissioni cult della tv denuncia, per mostrare urbi et orbi che l’opera era stata un disastro, guardate che roba, che schifo, e si riusava il cliché della cattedrale nel deserto, quando ormai lì era tutta una cattedrale, pur essendo quel deserto – si sarebbe detto un tempo – dimenticato da Dio

…ma non dal capitale. Il capitale non mollava mai la presa e trovava sempre l’appiglio per un ricatto. «Non credere all’ormai», si era raccomandato lo scrittore Luca Rastello poco prima di morire. Perché in ultima istanza, quando il resto falliva, c’era il ricatto dell’ormai. La megalomania consumava miliardi a vagonate e le grandi opere rimanevano a metà? Nel 2014 si erano contate 868 grandi opere incompiute? Be’, ormai toccava finirle, non vorrete lasciare tutto così, questi scheletri giganti, queste avvisaglie di scogliere artificiali, questi binari morti, con tutto quello che ci sono costati? Il rimedio al fare sconsiderato era fare ancora, fare di più. Così, la colpa dello sperpero non ricadeva su chi l’aveva perpetrato, ma sui «disfattisti», sulla solita «Italia dei No». Ormai si era andati troppo avanti, si poteva solo continuare. Soldi pubblici sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali, al risanamento del territorio, alla ricerca, alla cultura, alla buona vita.

muzzaIn tutta Italia esistevano movimenti di lotta popolare, presi per i fondelli dalle grandi firme del giornalismo, accusati di ogni nefandezza dai politici, tormentati con un acronimo, Nimby, Not In My Back Yard, che stava per la seguente obiezione: «Siete contro quest’opera solo perché ve la stiamo costruendo davanti a casa, ergo pensate solo ai vostri svantaggi, non vi importa dell’interesse nazionale! Egoisti!» Egoisti. L’accusa proveniva dalle labbra di politici che poco dopo finivano dentro inchieste per corruzione, o di imprenditori in odore di ‘ndrangheta, e la risposta più istintiva sarebbe stata: «Da che pulpito!» Argomento vero, ma ad hominem, dunque insufficiente a smontare l’accusa. Egoisti. con un simile metro di giudizio, era egoista anche l’operaio che scioperava contro il proprio licenziamento. Se non si lotta quando si viene attaccati, quando si dovrebbe farlo? Se per fare una grande opera abbatto la casa di qualcuno, e magari – come accaduto in Val di Susa -costui lo scopre fortuitamente da una brochure, non posso biasimarlo se mi da del farabutto, né lo calmeranno mille discorsi calati dall’alto, e quasi sempre pretestuosi, sull’interesse nazionale. Il quale, come diceva Vittorio Rieser, «non aveva faccia ed era sempre gestito da altri». Quello di un dovere legato all’interesse generale o nazionale, aveva aggiunto lo studioso del movimento operaio, è «un concetto reazionario». In un opuscolo del 1991, l’Alleanza per l’opposizione a tutte le nocività aveva denunciato «la falsa evidenza di un bene generale […] composto dai mali personali di tanta gente». Parole ancor più semplici aveva usato Tina Merlin, inascoltata «cassandra» del disastro del Vajont: «Questa “pubblica utilità” è sempre contro la gente». Egoisti. Ciascuno prendeva coscienza partendo da sé e dai propri dintorni; poi si rendeva conto che l’opera non solo era stata imposta a lui, ma anche a tanti altri; e non solo era stata imposta, ma era inutile e dannosa per tutti; e allora si univa ad altri e il suo slogan diventava: «Né qui, né altrove». Not In My Back Yard significava «non nel mio cortile». – Ma se non lo curo io, il mio cortile, chi altri lo farà? – mi aveva detto un’attivista. – Abbiamo cominciato così, e adesso ci prendiamo cura del cortile di tutti, che è il mondo. Anche perché, come aveva scritto il meteorologo Luca Mercalli, « è l’intero cortile italiano a essere ormai pieno. La dilagante cementificazione del territorio, accentuatasi negli ultimi 10 anni, è il vero e drammatico problema che non si vuole affrontare. Non c’è più spazio, ci si pesta i piedi, le macchine e il denaro hanno ormai più diritti degli umani e il consumo irreversibile di suolo agrario e di paesaggio appare inarrestabile e lanciato a tassi esponenziali verso la saturazione».*


 

Corpo.

 

Riforestazione urbana, incremento del “valore ambientale”,  ripermeabilizzazione di porzioni di territorio oggi impermeabile e “saldo zero” di consumo di suolo. Eccole le paroline magiche per indorare la pillola della mancata marcia indietro del Consiglio comunale di Modena sulla costruzione dei famosi 550 nuovi alloggi in zona Vaciglio. Cementificare un’area verde oggi per poi impegnarsi a decementificarne e a permeabilizzarne un’altra, di pari dimensioni, domani. La mozione deliberata giovedì 12 ottobre dalla maggioranza in Consiglio comunale si muove esattamente sulla strada già tracciata della costruzione sull’area verde compresa tra via Morane, la tangenziale e Vaciglio (zona considerata pregiata da un punto di vista immobiliare) ma con alcune soste ai box per una “ristrutturazione” generale delle simbologie circondanti il progetto. Voilà, les jeux sont faits! e anche  il gioco delle tre carte diventa un’operazione per  prestigiatori illustri. Ecco come si coniugano il “saldo zero” di consumo di suolo, la riforestazione urbana [sic] con gli interessi di chi col cemento produce denaro.

thatcherTINA1Tutto ampiamente prevedibile. Tutto ampiamente già visto: «Lo spazio pubblico è ormai diventato una merce come tutte le altre, pronta ad essere venduta sul mercato al miglior offerente. Non solo, il processo semantico che si mette in moto per accendere queste ristrutturazioni urbane ha spesso caratteristiche simili. Si pesca direttamente dal linguaggio proprio del cittadinismo, che qualche contatto con la realtà lo detiene ancora, per poi stravolgerne il messaggio ed utilizzarlo per i propri scopi.» si scriveva non più tardi di tre settimane fa «Passato il verbo anche la contraddizione risulta meno evidente.» Trattasi tanto della traduzione politichese spalmata sopra un caso specifico in salsa locale del diktat thatcheriano del There Is No Alternative quanto di una vera e propria governance della rigenerazione nella quale la partecipazione degli stakeholder si fa dispositivo di palingenesi nella misura in cui il progetto iniziale non venga in alcun modo modificato. In fin dei conti è grazie alla mobilitazione del comitato #mobastacemento se vi sarà un incremento del “valore ambientale” complessivo dell’area mediante riforestazione urbana nonché il rispetto, da parte della maggioranza in Consiglio comunale, degli impegni già presi da quest’ultima in campagna elettorale, vedi il “saldo zero” di consumo di suolo.

Tutto bene? Non proprio. Dopo la riuscitissima biciclettata/manifestazione del 21 settembre a Vaciglio il passo successivo, per il comitato che si oppone alla cementificazione dell’area verde in quella zona, è stata la serata organizzata nel tentativo di riunire 4 comitati in un’unica rete cittadina (RespiriaMo aria pulita, Mobastacemento, Villaggio Giardino e Modena salute Ambiente) che si terrà solo poche ore dopo il Consiglio comunale. La sala della Polisportiva è praticamente piena. Di primo acchito sembra di stare in una situazione valsusina, ben presto però la sensazione cambia; facce, posture, presenze, come se tutto fosse già stato abbondantemente apparecchiato per il banchetto di qualcun altro. 22384122_1864402963577856_1645078633558784249_o A moderare la serata c’è Gianni Galeotti, giornalista del sito d’informazione “La Pressa” (rampa di lancio dei principali attacchi all’amministrazione Muzzarelli) poi una sala che comincia a riempirsi di facce note della politica modenese, mezzo consiglio comunale, un assessore, molti sorrisi targati Pd, 5 Stelle, tutti ampiamente notati ed elencati dalla stampa locale il giorno successivo. “Terra dei Padri” presenzia in buon numero così come Forza Nuova col suo referente provinciale e qualche tirapiedi – di loro, stranamente, non si accorgerà nessun giornale, manca il centrodestra scriverà addirittura un Leonelli codino su “La Pressa” [sic] – e infine la Digos attenta e presente con la quale, coi primi, all’uscita, non mancheranno i chiari segnali d’intesa, quasi di complicità verrebbe da dire. La sensazione in sala è sgradevole, alle lucide parole del comitato #mobastacemento e alle sacrosante denunce degli altri, si accompagna la suggestione che un enorme cadavere aleggi tra gli astanti. A testimoniarlo, la nutrita presenza di avvoltoi necrofagi che, in quell’occasione, non hanno sentito nemmeno il bisogno di indossare la maschera da tribuni della plebe perché consapevoli del fatto che per loro sarà sufficiente sedersi sulla riva del fiume ad attendere che passi il cadavere. Un cadavere però, che solo a un primo sguardo disattento può combaciare esattamente con la sagoma del Pd, della governance cittadina, di quel potere salumiere fatto di mattone, porcilaie e cooperative che governa ininterrottamente una città che si voleva “rossa” ma già da tempo immemore grigia e maleodorante. Il Pd, a ben vedere, il Partito della Nazione, non è che la causa efficiente della canea montante. Il cadavere è quello di qualcun altro. Ma andiamo con ordine.

È la cenere che si credeva spenta a bruciare la casa.
Proverbio africano.

Nonostante i vapori narcotizzanti del conformismo vadano per la maggiore e una perenne cappa d’inerzia graviti sulla città, Modena sembra in subbuglio. Occorrevano forse un paio di record poco invidiabili (capitale italiana in quanto a sfratti e l’aria peggiore d’Europa) e un’amministrazione cittadina sempre più sciatta, nuda e incapace di nascondere degnamente le proprie vergogne, per risvegliare in qualche modo un barlume di coscienza critica, quaggiù nell’invisibile tossicità della provincia emiliana. A pigiarli tutti insieme, i tasti dolenti della città: inceneritore, Mata, chioschi sui viali, Bretella Campogalliano-Sassuolo, Novi Park e piano sosta, Ex Manifattura Tabacchi, l’aria della Madonnina e le nuove palazzine in zona Vaciglio, la sinfonia che fuoriesce si fa rumore meccanico e stridente. In  realtà, ciò che scricchiola pericolosamente è un intero modello di sviluppo che si materializza in una ristrutturazione dello spazio urbano totalmente separata dai bisogni e dai desideri dei propri cittadini, quasi come si trattasse di una vera e propria colonizzazione profondamente irrazionale e terribilmente insostenibile. In parallelo, accanto alla crisi del modello di sviluppo, vi è quella di una governance, ad esso collegata, destinata ad un drenaggio di consensi che sembra, all’oggi, inarrestabile. (Da qua)

IMG_20171014_134248Il dato lo si certifica anche dalle parole del direttore della Gazzetta Enrico Grazioli circa le modalità con cui è avvenuta la scelta del segretario provinciale del principale partito di maggioranza: “chiudendo il discorso nelle stanze dove è ammesso solo chi conta” e “soffocando sul nascere buona parte di una dialettica che andrà a sfogarsi altrove”. Parole che mostrano – soprattutto se pronunciate da chi è aduso a presentarsi come direttore di tutti e che, in altri momenti, guarderebbe con serafico distacco i politicismi interni – come anche per un “sincero democratico” la gestione controllata del dissenso da parte del Pd faccia acqua da tutte le parti. Incontrollabili speculazioni immobiliari lontane dai bisogni dei cittadini, tensioni sociali nei quartieri, comitati che si indignano, distanza crescente tra la rappresentazione e la realtà: neanche un “buon” direttore di giornale locale del gruppo L’Espresso riesce più a fare bene il suo mestiere quando la gestione del territorio “rassomiglia allo stregone che si scopre impotente a dominare le potenze sotterranee da lui stesso evocate” (K. Marx, F. Engles, “Manifesto del partiro comunista”). La nostra sensazione è che oggi siamo a quel punto: la classe dirigente locale (e non solo [sic]), sintetizzata dal Partito Democratico e dai suoi accoliti, ha gestito il potere a Modena evocando una serie di fenomeni che non può più controllare.

Vari gruppi di pressione provano oggi ad inserirsi nello spazio aperto da questi vuoti di consenso per far valere i propri interessi, cercando di capitalizzare il malcontento e la disaffezione che l’amministrazione ha accumulato. C’è tuttavia da dubitare che esistano vere e proprie ipotesi “competitive” sul piano di un modello diverso di città.  La gestione del territorio degli ultimi anni, evocando le “potenze sotterranee”, ha creato i suoi modelli di dialettica interna funzionali ad autoriprodursi. In un terribile circolo vizioso, il sistema sembra inseguire momenti di precario equilibrio aumentando il numero e la irragionevolezza delle contro-forze che stimola al suo interno: la speculazione edilizia incontrollata, i fascisti nei quartieri, i comitati che si indignano; il fatto che sulla Gazzetta di Modena le affermazioni di quegli stessi Comitati siano poi travisate e funzionalizzate attraverso la torsione in senso “securitario” dei temi da essi sollevati, che l’emergenza sicurezza sia quotidianamente rinnovata attraverso la disposizione e la presentazione delle notizie, rinfocolando altro scontento a vantaggio dell’estrema destra e fornendo la giustificazione per nuove speculazioni immobiliari mascherate da riqualificazione: lo stregone, al massimo della sua potenza magica, sembra davvero difficile da ricondurre alla ragione.

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In questo senso, il famigerato decoro, le ordinanze, la retorica della legalità (che raramente è accompagnata alla lotta alla mala vita organizzata mentre solitamente si abbatte su chi cerca di ritagliarsi angoli di vita e possibilità nelle città) non sono agenti atti a risolvere le problematiche che si afferma di voler affrontare, bensì potenti strumenti di distrazione dell’attenzione pubblica votati all’imposizione di un’idea precisa di città. Non a caso il sindaco Muzzarelli, da politico navigato qual è, aveva già tentato di giocarsi la carta decoro/sicurezza andando a tacciare di essere responsabili del “declino” e del “degrado” i comitati che si opponevano alla costruzione delle nuove palazzine in zona Vaciglio ed ora, volendo leggere tra le righe, quel “disciplinamento di classe“, fondamentale per poter imporre un certo tipo di città, ricompare a ruoli invertiti. Scrive Leonelli sempre su “La Pressa”: ‘Ora che i fautori del no alle 550 case (il Comitato Mobastacemento su tutti) hanno ottenuto il saldo zero cosa diranno? – è la domanda sottesa alla mozione – Se il no agli alloggi era motivato dall’uso di terreno vergine il documento Pd-Art.1 cancella teoricamente il problema, se invece il no agli alloggi era motivato dalla volontà di non avere vicini di casa ‘molesti’, trattandosi di edilizia agevolata, allora il discorso cambia… Va ricordato infatti che anche molti degli attuali residenti di Vaciglio hanno la casa costruita a suo tempo su terreni Peep’. In riferimento alle parole del Sindaco “egoisti che non vogliono vicini poveri o negretti”.

Sembra dunque che, volenti o nolenti, sia  anche sulla frontiera “di classe” che si giocherà la partita, sui disciplinamenti e sulle coscienze che questo concetto porta da sempre con sé. Ignorarlo significherebbe compromettere quei pochi spazi di agibilità politica che ancora ci rimangono e che, di giorno in giorno, si vanno restringendo sempre più. Ignorarlo significherebbe delineare i profili precisi di quel cadavere che, giovedì 12 ottobre, aleggiava nella sala al primo piano della Polisportiva Madonnina. Il cadavere di una possibile exit strategy locale, dal basso e partecipata in grado di anticipare la soluzione autoritaria e fascista che già incombe sull’orizzonte nazionale e cittadino.

Domenica 22 ottobre, in Piazza Sant’Eufemia, si terrà un’assemblea cittadina. Questa.

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Qua di seguito proponiamo un estratto dell’appello: Dopotutto non sono scelte quelle che prevedono un ulteriore consumo di suolo a fonte di migliaia di appartamenti vuoti in città, o di investimenti che prendono le vie della sicurezza e della costruzione della cosiddetta “smart city” mentre da tempo rimangono a secco i rubinetti per urgenti politiche sociali e la maglia nera in Italia per quanto riguarda gli sfratti non è forse dettata proprio da una scelta, da un non-intervento? La resa quasi incondizionata di beni pubblici quali la salute e il benessere dei cittadini alla speculazione e agli interessi dei privati non sono forse una scelta politica? Chi decide la città?
In questi giorni sentiamo da più parti invocare “il riutilizzo”, “la ristrutturazione” e “il recupero” del patrimonio immobiliare già esistente in città. Proposte logiche che, ovviamente, ci trovano d’accordo ma a questo gioco la logica conta quasi zero. Vincono gli interessi che si rallentano solo attraverso rapporti di forza adeguati. Lo scorso anno, a margine degli sgomberi dell’Ex Caserma e di via Bonacorsa, proposte che guardavano verso queste direzioni vennero più volte portate all’attenzione dell’amministrazione. Proposte di cohousing o di ristrutturazione a carico di chi era stato sgomberato dagli edifici abbandonati di proprietà del Comune potevano essere buone soluzioni non solo in funzione di risposta di carattere “emergenziale” ma, al contrario, avrebbero potuto indicare una strada, un percorso, utile ad andare verso quel recupero del patrimonio sfitto di cui tanto oggi si parla. Quello spiraglio è sempre stato chiuso in maniera inequivocabile da un’Amministrazione comunale che sul disagio sociale ha sempre avuto un atteggiamento volto esclusivamente a dimenticare o a nascondere. Lo si afferma senza alcun tipo di entusiasmo, non c’è all’oggi alcuna possibilità di recuperare lo sfitto o il ‘vuoto’ in questa città e questo non perchè manchino le capacità ma perchè non vi è nessuna volontà politica di subordinare gli interessi economici al bene collettivo e comune.

Proprio per questo, come piazza in cui discutere, abbiamo scelto Sant’Eufemia, un luogo non neutro, a breve distanza dal Comune e da quell’Ex Caserma occupata (tuttora presidiata da una vigilanza a guardia del vuoto in cui è rimasta e che allora, mentre l’arco politico istituzionale richiedeva il ripristino della legalità, il sindaco assicurava la Cassa Depositi e Prestiti che il luogo sarebbe presto stato ‘liberato’ al più presto) che nel maggio del 2016 fece emergere in città in maniera deflagrante tanto il problema abitativo quanto quello del patrimonio immobiliare abbandonato, esattamente i temi che oggi circondano il dibattito pubblico. Ciò che ci proponiamo è di stimolare un dibattito quanto più franco e reale possibile all’interno di un nodo cittadino che ha visto intrecciarsi cultura, storia e pratiche di autodeterminazione e riscatto, dal basso. Crediamo sia occasione, questa, per ragionare assieme sul mutamento sociale, economico e politico che intorno a noi si va affermando. Una ristrutturazione dello spazio urbano che ignora tanto le preoccupazioni quanto i desideri dei cittadini e che agisce in maniera opposta alle problematiche che si prefigge di affrontare.

Cemento, motori, porcilaie e cooperative, principali colonne portanti del modello di sviluppo che ha caratterizzato tanto la città quanto questo territorio, hanno esaurito da tempo la propria spinta propulsiva lasciando sul terreno un’assuefazione carica di inerzia, malaffare e conformismo. Partiti e sindacati della cosiddetta “sinistra”,da sempre partecipi del blocco di potere che un determinato tessuto produttivo ha espresso (Legacoop, Cmb, Quadrifoglio, ecc.) si son fatti complici sistemici, smettendo da tempo di guardare a quei luoghi e a quei contesti che più di tutti hanno vissuto il peso della crisi economica. Siamo arrivati così al paradosso che in una città che si autorappresenta come “di sinistra”, nel 2017, possano passare in sordina lacrimogeni e manganelli della celere sui lavoratori. Non solo, può succedere così che una manifestazione di un sindacato nazionale come il SiCobas, in città, possa essere vietata dalla Questura nel silenzio più totale dei sindacati confederali e col tacito e codino consenso di una governance sempre più aggressiva, piazze che in città, lo ricordiamo, vengono tranquillamente concesse a più riprese a fascisti dichiarati. Il male del nostro tempo è sistemico e proprio per questo crediamo che all’interno di una mappa urbana questioni del lavoro, dello sfruttamento e delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto produttivo non possanno essere sottaciute.

La rassegnazione al deserto politico-sociale che ci verrà creato intorno da parte di chi decide, di chi muove i fili e di chi esercita il potere oggi in città non è una scelta che può essere presa in considerazione. Si chiama autotutela e la presa in carico che noi stessi agiamo in quanto parte integrante di un segmento sociale che ha la coscienza di essere parte attiva non solo nelle decisioni che poi ‘tecnici’ riproporranno, ma soprattutto nella ricostruzione quotidiana e dirompente del nostro essere ‘io”, soggetto produttivo e quindi parte integrante di un sistema produttivo e riproduttivo che costantemente si rimodula e cerca di ristrutturarsi in funzione di ciò che “noi” determiniamo con le nostre rivendicazioni, lotte e desideri’. Mai come ora, in città, occorre abbandonare l’impotenza e la rassegnazione per tentare di riallacciare i fili di un corpo collettivo e solidale in grado di opporsi all’arroganza di chi, attualmente, sta decidendo la città. In fin dei conti è lo spazio urbano quello che ci stanno ridisegnando attorno e come realtà sociali, non siamo affatto previsti nel progetto. Qua c’è un tavolo da ribaltare! Discutiamone assieme.

 

* Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve – Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi – Stile libero big, 2016

 

 

 

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