Dall’Ex Cinema giù, giù fino alla realtà.

Posted on 26 novembre 2017

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«Un movimento rivoluzionario non si espande per contaminazione, ma per risonanza. Qualcosa che si costituisce qui risuona con l’onda d’urto di qualcosa che si costituisce laggiù. Il corpo che risuona lo fa nel modo che gli è proprio. Un’insurrezione non è come l’espansione di una pestilenza o di un incendio nel bosco – un processo lineare che si estenderebbe col contatto ravvicinato a partire da una scintilla iniziale. E’ piuttosto qualcosa che prende corpo come una musica, le cui sedi, anche quando disperse nel tempo e nello spazio, riescono a imporre il ritmo della propria vibrazione. A prendere sempre più spessore. Fino al punto in cui qualunque ritorno alla normalità non possa più essere desiderabile, e nemmeno attuabile.» 
Da “Siamo tutti il febbraio del 1917 ovvero a che somiglia una rivoluzione.

 

C’era da immaginarselo. Ci si poteva mettere la mano sul fuoco che non ci avrebbero messo troppo a far calare il sipario informativo attorno all’occupazione dell’Ex Cinema Olympia. Di certe tematiche: consumo di suolo, patrimonio abbandonato e inutilizzato, della Storia del territorio e della trasformazione urbana che Modena sta attraversando si può di certo discutere ma senza fuoriuscire dai binari prestabiliti di un dibattito pubblico stantio e funzionale al tanto gottopardesco concetto del tutto cambia perché nulla cambi.

Eppure, a giudicare dall’evidente schizofrenia manifestata dalla stampa locale in queste ultime tre settimane (la riapertura del Cinema Olympia è datata 3 novembre), qualche dato rilevante, nascosto tra le righe, lo si poteva pure scorgere. Quando un evento scardina il normale fluire del tempo ordinario allora possiamo essere sicuri di essere al cospetto di qualcosa di profondo, di risonante.

Un primo sintomo. Il “tempo” dell’occupazione non coincideva affatto col calendario proposto dalla sua rappresentazione mediatica. C’è stato uno sfasamento temporale ben evidente tra quanto vi accadeva all’interno e il quando questo veniva riportato sulla stampa locale come se il battito del Cinema Olympia vibrasse ad un ritmo totalmente estraneo e impensabile per quest’ultima e gli interessi ad essa connessi. Ma andiamo con ordine:

Alla prima assemblea pubblica che vi si svolge all’interno partecipano anche due consiglieri comunali (Marco Cugusi di Mdp e Elisabetta Scardozzi del M5) e siamo a martedì 7 novembre 2017. La “notizia” è riportata sul Resto del Carlino locale solamente 7 giorni dopo, il 14 novembre. FB_IMG_1511695874192

Il motivo della “discrepanza” temporale non ci è dato saperlo, quello che sappiamo però è che, quello stesso giorno, all’assemblea seguente, si presenteranno altre due politici. Stiamo parlando di Margherita Saltini, rappresentante di Forza Italia in Europa (p.s. “cercate su google la sua tesi di laurea alla LUISS University“) e Valentina Mazzacurati, coordinatore provinciale di Forza Italia Giovani oltre che consigliere comunale, che entreranno inaspettatamente in uno spazio occupato proponendo di trasformarlo in una sorta di museo delle eccellenze gastronomiche modenesi (leggere qua per la descrizione precisa dell’accaduto). Una sorta di FICO bolognese [sic!] fatto però in un luogo occupato. Ovviamente alla proposta surreale l’assemblea risponderà con scherno ed ecco come, il giorno seguente, su quello stesso quotidiano Il Resto del Carlino, Mazzacurati virerà su ben altre proposte, di questo genere stavolta. Dal marketing delle eccellenze enogastronomiche alla “sicurezza” e alla lotta al degrado.  Altro target, altri palati.

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Provate a sostituire la parola “clandestini” con “ebrei” per vedere l’effetto che fa.

Ma col tempo i freak sembrano sempre più «normali», e i polveroni non s’alzano più ma gravano sui discorsi e non vanno via, sono perenni, come cappe di smog. Ospitare fascisti diviene consueto, la loro presenza si adagia nella sfera dell’ordinario e così anche i loro discorsi sono potenzialmente accettabili. Ovvero: criticabili, ma legittimi. (Da qua)

Tutto “normale” dato giornale e protagonisti se non fosse che il caso rispunta ugualmente, sempre a ridosso della terza e finora ultima assemblea del’Ex Cinema Olympia e ancora a distanza di una settimana. I toni ora cambiano sensibilmente e chi ha sollevato il problema degli spazi abbandonati in città diventa esso stesso il problema da risolvere. C’è da ripristinare la legalità, a tutti i costi, quella stessa legalità che ha fatto sì che un luogo storico della città potesse essere abbandonato, chiuso e dimenticato per quasi quindici anni.

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  «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

I sintomi di qualche attacco di panico in giro per Modena dunque c’erano già tutti. “Bisogna tornare a parlare solo di sicurezza, legalità, eccellenze enogastronomiche, tutte discipline nelle quali a Modena si è già espresso un prodigioso talento per la rimozione dei problemi reali. Bisogna tornare a parlare di polizia e marketing.” Occorre normalizzare, cauterizzare le ferite che certe pratiche e che certe partecipazioni dal basso provocano nel quotidiano esercizio della governance cittadina. Occorre far sparire il prima possibile ogni desiderio, ogni alternativa e tutti quei pericolosi riferimenti alla prevenzione sociale perché la partecipazione dei cittadini è ammessa solo nella misura in cui essa sia adattabile e funzionale alle dinamiche di una gestione degli spazi urbani orientata all’esclusione.

Non a caso, i quotidiani locali, che sul racconto della città molto spesso attuano un vero e proprio “cartello informativo” hanno subito ricondotto le “notizie”, la propria comunicazione, nell’alveo del solito binomio confortevole degrado/sicurezza.

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Rubiamo ancora da rapportovertov: “Come sono andate le cose? E’ molto semplice, dopo qualche settimana di affanno il Pd ha elaborato la strategia giusta e si è aggiudicato la mano. Solo questa, però. Ha cominciato il segretario Bortolamasi all’indomani della sua rielezione: «Le politiche per la sicurezza sono un tema centrale della nostra azione politica, dalla municipale alle telecamere, alle riqualificazioni urbane, al patto per Modena città sicura, alla richiesta di più forze dell’ordine. Non pensiamo di combattere la paura biasimando chi ha paura, vogliamo aiutarlo a liberarsi della paura».”

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Il comitato #mobastacemento mappava le aree abbandonate della città, qua si parla invece di mappare le aree ‘calde’ cioè quei luoghi in cui si andrà a contenere ed escludere una parte di popolazione.

“Fino a un momento prima si parlava di interessi e conformazione diseguale della città, nella scena immediatamente successiva il piccolo piange, la politica lo coccola: è l’infantilizzazione del consenso. Poi ci si è messo il sindaco: «Capisco i cittadini e capisco i comitati. Ma per vincere ci vuole unità e prima di tutto unità fra istituzioni e società civile. Bisogna operare in rete: il fai da te e la protesta non bastano. Dunque mi auguro che riusciremo a creare vere sinergie fra le forze dell’ordine e i comitati che vogliono dare una mano. In città sono già attivi dodici gruppi di Controllo di vicinato e altri si stanno organizzando». Il tutto sul Carlino, dove hanno poi dato la parola a Confcommercio, Forza Italia e Comitati per la sicurezza, coinvolgendo nel coro anche alcuni oppositori che nemmeno si accorgevano di fiancheggiare in questo modo le manovre della maggioranza. Beata innocenza. Anche al Carlino comunque hanno elaborato la strategia giusta. Ma basterebbe una domanda: non vi pare che fino a quando i temi della sicurezza e della tolleranza zero sono rimasti sullo sfondo, le reazioni del Pd fossero notevolmente più scordinate, violente e ridicole, che mettessero in evidenza una difficoltà oggettiva? Ora non più, ora i comitati hanno proprio ragione, fammi un primo piano dei pusher, ecco, bravo, così, e adesso togliti dal cazzo.”

All’interno delle narrazioni sul degrado possono essere riversati tutti i problemi di natura sociale ed economica di una città. Prendiamo da qua: “L’insicurezza economica e le sue naturali ricadute sul piano della vita sociale, vengono “curate” con dosi di repressione e marginalizzazione, facendo assurgere la “sicurezza”, intesa in senso strettamente fisico e non nei termini di rischio esistenziale (salariale, sociale, medico, educativo eccetera), al rango di priorità dell’azione pubblica. Secondo Wacquant è evidente come l’inasprimento delle misure penali non risponda a una crescita della criminalità, ma sia una «tecnica per rendere invisibili i problemi sociali» (Ivi, p. XXII) legati al nuovo corso delle politiche neoliberiste in tema di produzione, salario e speculazione finanziaria.” Sembra dunque che dal disinvestimento sanitario fino alle inefficienze del trasporto pubblico locale sia possibile fabbricare una serie di capri espiatori sui quali proiettare qualsiasi sentimento di malessere e insicurezza, depoliticizzando le questioni, per trasferirle esclusivamente sulle spalle di queste soggettività marginali elevate al ruolo di “nemico pubblico” numero uno.

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Il fascismo è un dispositivo che fabbrica a ciclo continuo falsi problemi — e false soluzioni a quei problemi, quindi false al quadrato. Il fascismo è una «macchina mitologica» che produce bufale diversive, descrive nemici fittizi, addita capri espiatori. Il fascismo intercetta pulsioni ed energie — malcontento, voglia di gridare, di ribellarsi, di organizzarsi, di fare cose insieme — e le incanala in conflitti surrogati, sperperandole, dissipandole. (Da qua)

Come scrive Antigone dell’Emilia Romagna: “Il discorso sulla sicurezza rivaluta senza remore la repressione e, stigmatizzando i giovani dei quartieri popolari, i disoccupati, i mendicanti, i senzatetto, i migranti, diviene paradigma di un governo che si legittima per la sua capacità di punire i poveri, identificati come naturali portatori di una pandemia di comportamenti sgradevoli e delitti minori che appesta la vita quotidiana. Per costoro non sembra valere nemmeno la presunzione di innocenza. Compongono infatti una compagine sociale a limitata fruizione di diritti e garanzie: ecco una realizzazione dell’Europa a due velocità che anziché includere, promuovere, proteggere e integrare pone in essere vere e proprie politiche di segregazione ed esclusione sociale.”

Questa settimana, la nostra regione è entrata definitivamente nell’era della legge Minniti, con la prima volta del “Daspo urbano”, applicato a 10 persone che dormivano sotto i portici di via Masini, a Bologna. Sull’utilità di tale legislazione potrebbero bastare le parole dello stesso sindaco Merola che a margine della vicenda ha ammesso tranquillamente: «E’ una soluzione il Daspo? Assolutamente no, andranno da altre parti. Ma intanto rispondiamo a quelli che sono mesi che non ne possono più di questa situazione, com’è normale che sia.»

Temiamo che non dovremmo aspettare troppo a lungo nemmeno qua da noi, a Modena, per “soluzioni” di questo genere. Per un primo assaggio, in città, basterebbe farsi un giro in Piazza San Francesco d’Assisi, in fondo a Canalchiaro, al calare della sera. Dopo un martellamento quasi quotidiano sui giornali locali commercianti e “residenti” hanno ottenuto l’anestetizzante presenza fissa di una macchina della municipale in sosta ogni sera a luci accese a “sorveglianza” di un paio di panchine.

IMG_20171126_230917Una scena raggelante ma in perfetta tinta col carattere della città neoliberista nella quale lo spettro della devianza o della paura del diverso è stato agitato come strumento per imporre una normazione disciplinare, fittiziamente neutrale, molto spesso integrata in processi di trasformazione più larghi. Quella che è stata spesso definita come «ideologia del decoro» (De Giorgi 2015) è avanzata di pari passo al fenomeno della gentrificazione dei quartieri popolari. […] Ciò che viene normato allo scopo di garantire una convivenza pacifica si mostra privo di una prospettiva di creazione e coesione comunitaria, ma al contrario utile alla tutela degli interessi particolari sullo spazio pubblico. Una trasformazione dei centri cittadini che, “depurati” da situazioni di conflitto o disagio sociale, diventano funzionali alle leggi del mercato neoliberista. Un cambiamento che va di pari passo alla transizione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario, durante la quale lo spazio urbano ha acquisito una nuova importanza nel processo di accumulazione finanziaria. Le politiche di gestione e pianificazione urbana, divenute vitali per gli investimenti finanziari, agiscono in una costante operazione di sottrazione dello spazio pubblico, funzionale alla gentrificazione delle città e parte di quel processo che David Harvey ha definito “capitalismo dello spossessamento” o “accumulazione per espropriazione” (Harvey 2007). Il fenomeno della gentrificazione riguarda tutte le città europee, così come quello conseguente della delocalizzazione dei vecchi abitanti. La trasformazione dei centri storici in quartieri-vetrina privi di abitanti, ma ideali per il turismo e lo shopping è agevolata dai “decreti sicurezza” e dalla narrazione sul decoro riportata dai media. Questa separazione coatta dei centri delle città da una certa massa sociale indefinibile, irrappresentabile, povera e antiestetica, sostanzialmente inutilizzabile dalle classi dirigenti sembra essere l’invisibile guerra civile del nuovo millennio. Non a caso le leggi che tutelano il decoro cittadino impongono delle limitazioni molto simili a quelle imposte dalle leggi anti terrorismo, con le quali hanno in comune il carattere preventivo ed emergenziale. (Da qua) Insomma una vera a propria distopia, un deserto borghese nel quale l’unico materiale umano contemplato è quello già mercificato, rapporti ad esso attribuiti compresi.

Dunque, cosa potrebbe mai servire a una città con un’aria tra le peggiori d’Europa, un contesto urbano che vede parallelamente una miriade di edifici sfitti o lasciati all’abbandono e un primo posto tra le città italiane in quanto a sfratti esecutivi, con la gentrificazione in agguato da una parte e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dall’altra, un’amministrazione completamente genuflessa agli interessi di pochi grandi gruppi (CMB in cima alla lista) e, infine, un progetto di “sviluppo” estremamente vetusto e totalmente slegato dai bisogni e dai desideri dei cittadini, (da qua) se non una bella azione diversiva che riponga la “chiesa del decoro” al centro del villaggio? Cosa se non un surrogato di partecipazione attiva con qualche dose di narrazione civista per far sentire partecipe un cittadino già espropriato di ogni voce sulle decisioni pubbliche? Cosa se non un “arrulamento” vero e proprio, in linea coi principi della legge Minniti, la quale prevede espressamente un “ruolo” e un coinvolgimento di reti territoriali di volontari nella lotta al degrado e nella tutela [sic!] dell’arredo urbano? Sempre per la serie, “benvenuti a Thalburg“!

pucciCosì, questo martedì, accanto all’assemblea dell’Ex Cinema Olympia occupato (sempre che non lo sgomberino prima) avremo mezza Giunta comunale e il vice comandante della polizia municipale alla corte di un Comitato egemonizzato da tempo da membri vicini a Forza Nuova. Ed è difficile continuare ad ignorare un crescente protagonismo di questi soggetti in città (e la copertura istituzionale che ricevono immancabilmente) quando possono permettersi addirittura un banchetto di propaganda xenofoba davanti a Palazzo dei Musei, cosa ritenuta impensabili solo pochi anni fa.

Il fascismo propaganda una falsa rivoluzione: blatera di «mondialismo», di «poteri forti», di «plutocrazie», di oscuri complotti «là in alto», ma — guardacaso — colpisce sempre in basso. Se la prende coi deboli, coi marginali, coi più sfruttati e ricattabili, con le minoranze, i “disturbanti”, gli incollocabili, perché la sua “rivoluzione” è un mascheramento della guerra tra poveri: guerra dei poveri contro i più poveri, dei penultimi contro gli ultimi, del ceto medio pavido d’impoverirsi contro il ceto medio già impoverito, e del ceto medio impoverito contro la working class  — che è sempre più multietnica e meticcia, quindi a maggior ragione! […] Per quanto sia controintuitivo, non ci si può occupare al meglio di cambiamento climatico, o di lotta alle grandi opere inutili, o di lotte nel mondo del lavoro, se non ci si occupa anche del fascismo. (Da qua)

E che il “vento sia cambiato” rispetto alla prima settimana d’occupazione, oltre al Pd, ai giornali e al “clima generale” (ultimi sviluppi della vertenza Castelfrigo o ciò che è successo davanti ai cancelli dell’SDA per il venerdì nero) ora lo certifica anche la procura, annunciando indirettamente un “cambio di rotta”.

La strada dunque è quella di sempre: in salita.

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