Dal decreto Minniti a quello Salvini. La guerra neoliberista alla città.

Posted on 21 ottobre 2018

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«Del lavoro che ho cominciato al Viminale, figlio di un metodo, di un disegno, e di una certezza. Che sulle questioni della nostra sicurezza, si chiamino emergenza migranti, terrorismo, reati predatori, incolumità e decoro urbano, legittima difesa, non si giocano le prossime elezioni politiche. Ma il futuro e la qualità della nostra democrazia».
Marco-Nosferatu-Minniti, maggio 2017.

 

Allacciate bene le cinture che vi si svela un segreto. Le città in cui viviamo e abitiamo stanno diventando sempre più inospitali. Inabitabili. Trasporto pubblico, asili nido, residenzialità sociale o d’emergenza, manutenzione stradale o idrica che sia, tutto sembra indirizzato a peggiorare.  Banalizzando molto, in questi anni, abbiamo potuto assistere ad una duplice morsa dove, da un lato, avanzava un’inesorabile riduzione dei trasferimenti dallo Stato agli Enti locali (dunque anche ai Comuni) mentre dall’altro agiva chi pensava di “bilanciare”, queste soppressioni, trasformando progressivamente i sindaci in una sorta di piccoli Podestà locali, convertendoli in esclusivi terminali dei vari tessuti economico-affaristici e aumentandone a dismisura i poteri d’ordinanza e di polizia.

“Non riusciremo a risolverne nemmeno uno dei problemi che vi affliggono però avremmo il potere di levarveli dalla vista, magari comprendendo pure chi ve li fa notare.” sembrava essere la ricetta in un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia.

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In tempo di crisi e di ristrutturazione produttiva del capitalismo contemporaneo che stanno generando un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, la politica ufficiale sa perfettamente che parlare di ordine e sicurezza o richiedere un incremento degli organici di polizia ogni tre per due, risulta la migliore formula per gestire, dividere e controllare meglio ogni forma di dissenso. Incanalare poi il malessere generale verso gli ultimi, il “dare a loro qualcuno da calpestare” come sembrano suggerire sia il decreto Minniti che l’ultimo “Decreto Sicurezza” di Salvini, rappresenta perfettamente il metro della guerra sociale verso gli ultimi scatenata dalle “nostre” istituzioni in questo tempo.

Ma andiamo con ordine, aveva cominciato Maroni, nel 2008, allo scoccare della crisi, col cosiddetto “Pacchetto sicurezza” (che istituì anche l’operazione “Strade sicure” grazie alla quale oggi possiamo vedere a Modena militari con armi automatiche a “presidio” dei quartieri più a “rischio” [sigh!] manco fossimo a Beirut!) che avrebbe avuto come scopo quello di “un contrasto più efficace dell’immigrazione clandestina e una maggiore prevenzione della microcriminalità diffusa, attraverso il coinvolgimento dei sindaci nel controllo del territorio”ricorda niente?

militariDopo Maroni infatti, sulle città contemporanee e a più di dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi economica mai realmente superata, si abbatte la scure  di un nuovo Ministro degli interni. É il sinistro e – a sua detta – “democratico” Minniti che, con un déjà-vu, a forte rischio incostituzionalità, ripercorre il solco – in molte parti sovrapponibile anche nelle virgole – tracciato un decennio prima dal leghista Maroni ma aggravandolo ulteriormente.

Arriviamo così al famigerato decreto Minniti, emanato il 20 febbraio 2017  e successivamente convertito in legge nell’aprile dello scorso anno, che prevedeva l’emanazione di particolari “Disposizioni in materia di sicurezza delle città” al fine di tutelarne il decoro™ [sigh!] e la sicurezza.

Ma di che si tratta? Prendiamo da qua: “Le nuove “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” hanno introdotto nell’ordinamento italiano nuovi provvedimenti amministrativi di polizia: l’ordine di allontanamento, di competenza delle forze dell’ordine, e due diverse tipologie di divieto di accesso, emanate dal questore.

L’ordine di allontanamento, detto anche “mini-Daspo” è un provvedimento amministrativo preventivo-cautelare e può essere imposto da tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine anche prive della qualifica di agente di pubblica sicurezza. L’allontanamento della durata di 48 ore può essere così impartito anche dagli appartenenti alle Polizie locali e deve limitarsi a vietare la circolazione o lo stazionamento in una zona ben delimitata.

Il Divieto di Accesso Urbano (c.d. D.AC.UR.) è ciò a cui generalmente ci si riferisce con la dicitura “Daspo urbano”. Si tratta di un divieto di accesso della durata di sei mesi, che può estendersi sino ai due anni nel caso in cui il destinatario non abbia una fedina penale immacolata. Il divieto di accesso viene emanato dal questore nel caso di «reiterazione delle condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione di infrastrutture urbane», e può essere emanato relativamente ad una o più aree, le quali devono essere espressamente specificate e dunque precedentemente individuate attraverso una delibera comunale.”

Per poter applicare le novità previste dal decreto Minniti tuttavia, era necessario che i Comuni si dotassero di nuovi regolamenti di polizia urbana.

A Modena, ad esempio, dopo una prima modifica in luglio, tutto ciò viene fatto a gennaio col Consiglio comunale che approva, con voto favorevole di Pd, Art.Uno-Mdp-Per me Modena, M5s e CambiaModena, un nuovo Regolamento di Polizia urbana (nelle foto) più rispondente a novità legislative e al mutato contesto sociale, culturale e normativo[sigh!]”il fascismo contemporaneo N.d.R. Al suo interno vi si possono rintracciare tutti i segnali di quell’isteria securitaria che tanto ha caratterizzato in peggio questi anni, con un discorso pubblico che rimbalzava dai giornali alla politica e con le città che venivano descritte come luoghi in perenne stato d’assedio.

modena1Isteria i cui effetti emergono e si fanno visibili solo ed esclusivamente quando ad essere colpite sono persone “normali”, gente “perbene” che incappa in qualche modo in un dispositivo sanzionatorio riservato ad “altri”. Qua “da noi”, ad esempio, è il caso del giornalista multato per essersi addormentato su una panchina o della bambina di 5 anni di Nonantola multata per aver suonato il violino in pubblico, ma sono tantissimi gli episodi paradossali in tutta Italia.

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La cappa asfittica della retorica securitaria, che si è imposta piano piano nelle nostre città, contiene tutti i germi di un principio molto pericoloso: quello della separazione. – Ricordiamo solo che il termine apartheid significa “separazione” e che secondo il suo “architetto” Verwoerd l’apartheid era definita come “una politica di buon vicinato” – Ci troviamo dunque di fronte ad  una governamentalità che tende a separare ed isolare luoghi e individui e a dividere lo straniero dall’italiano, il giovane dal vecchio, il senza fissa dimora dal borghese attraverso un’idea chiaramente fascista di intendere la città e i suoi luoghi pubblici.

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FB_IMG_1540109607735Recentemente, è notizia di questi giorni, lo stesso Presidente dell Repubblica, Sergio Mattarella, ha annullato l’ordinanza sul divieto di accattonaggio generico del Comune di Carmagnola dopo che già il Consiglio di Stato si era pronunciato a favore del ricorso proposto da alcune associazioni, che ricordano ora come questa importante decisione abbia “stigmatizzato l’atteggiamento di quei sindaci che, anziché preoccuparsi di combattere la povertà nei loro Comuni, puniscono i poveri. Per di più attraverso ordinanze, da utilizzare solo per emergenze e non certo per colpire gli indigenti. Va ricordato che la solidarietà è uno dei principi fondamentali della nostra democrazia, sancito anche dalla Costituzione.”

E, tanto per restare su Modena, chissà cosa ne penserà Muzzarelli di questa decisione, lui che solo pochi mesi fa sperava di trasformare “il chiedere l’elemosina” in un reato penale [sigh!]. Dunque sebbene, il Presidente della Repubblica, non intacchi direttamente anche il nuovo Regolamento di Polizia urbana della città (più accorto nei cavilli) rimane comunque un dato politico non di poco conto, che in pochi tuttavia coglieranno fino in fondo.

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Ma non è solo una questione di dettagli. Affatto. Basti pensare agli operai licenziati dalla Fiat/Fca che a Roma, solo per aver manifestato le proprie ragioni, si sono visti consegnare un Daspo urbano della durata di due anni, per esempio.

Fino all’entrata in vigore del decreto Minniti, a febbraio dello scorso anno infatti, “le uniche (se vi sembrano poche) misure di prevenzione amministrativa con disposizione di allontanamento erano il foglio di via e naturalmente il D.a.spo oltre che l’ordine di allontanamento dello straniero previsto dal testo unico sull’Immigrazione. Con il D.ac.ur. per la prima volta è possibile limitare la libera circolazione anche di cittadini regolarmente residenti. Ma di che tipo di cittadini stiamo parlando? Dopo la femminilizzazione del lavoro, stiamo assistendo a una “migrantizzazione” della cittadinanza?” (Sempre da qua) […] “Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, nelle nostre città, non sono fenomeni slegati, ma uno spostamento dell’immaginario della vita comune e del concetto stesso di umanità. Le nostre città sono popolate da persone che non vengono riconosciute in quanto tali, che non sono degne di assistenza e restano invisibili, fino a quando non intralciano il cammino dei flussi economici e turistici. In quel caso vengono allontanate con ogni tipo di strumento, anche architettonico.

Le nuove città “anti-povero” sono costruite con elementi di arredo urbano “funzionale”: sbarre sulle panchine, dissuasori contro il bivacco, uomini e donne scacciati come se fossero piccioni, esistenze vessate, negate, recluse.

Sono queste le caratteristiche delle società neoliberiste, in cui le politiche sociali e di sostegno alle povertà vengono totalmente abdicate in favore delle decisioni prese dalle istituzioni fiscali internazionali e dei pareggi di bilancio. Ai governi nazionali non resta che gestire l’enorme disagio sociale che ne consegue, solo in termini di ordine pubblico e con le gravi conseguenze che già conosciamo.” – Ricordiamo solo, e lo facciamo sempre, che il primo esperimento di neoliberismo compiuto fu tentato non proprio in una cosiddetta “democrazia” ma nel Cile di Pinochet. –

E siamo all’oggi dove, a nemmeno due anni dall’entrata in vigore del decreto Minniti, arriva l’attuale titolare del Viminale a rincarare la dose. Il mese scorso, il 24 settembre per l’esattezza, il consiglio dei ministri approva il nuovo decreto Salvini su immigrazione e sicurezza. Nuovamente “Disposizioni urgenti” questa volta “in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica.” E di che urgenza mai si tratterà a così breve distanza dall’ultimo decreto Minniti? Non è forse che c’è un intero modello di di società e d’economia che non ha più intenzione di mediare e che può permettersi di rigurgitare violenza istituzionale a più riprese perché coperta da quel manto di silenzio-assenso benpensante spiaggiato ormai in un’afona indifferenza?

37111dd501aa8969b874c25aa01901b4_XLA leggere le dichiarazioni dei giuristi in merito al Decreto Sicurezza del governo c’è poco da stare allegri. Anche le parole utilizzate risultano piuttosto chiare. Prendiamo da quest’intervista a Antonello Ciervo, l’avvocato dell’Asgi: «C’è una continuità in termini di progetto politico, nel senso che i decreti Minniti Orlando hanno aperto la strada alla recrudescenza di Salvini. Perché nel momento in cui si è iniziato a derogare alle garanzie fondamentali delle persone, in questo caso i richiedenti asilo, automaticamente, colui che è venuto dopo, cioè Salvini, non poteva che proseguire su quella strada». Ma c’è di più. Dice Ciervo: «c’è un profilo da considerare, ad esempio, e che ci parla di questa continuità politica, ed è quello che riguarda gli hotspot. Nei decreti Minniti-Orlando i centri hotspot furono istituzionalizzati, in questa nuova previsione normativa si prevede il trattenimento dei richiedenti fino a 30 giorni, ai soli fini dell’identificazione».

«Se consideriamo solo quanto prevede la norma che introduce la possibilità della revoca della cittadinanza oppure la sospensione della valutazione della domanda di asilo nel caso in cui lo straniero sia sottoposto a procedimento penale anche per reati comuni, ci possiamo rendere conto che stiamo andando verso l’introduzione di un nuovo diritto, di tipo speciale, che viola radicalmente la legalità costituzionale».

«siamo nel momento più basso, dal punto di vista del diritto e delle garanzie individuali fondamentali, di tutta la storia repubblicana. Come ha detto in questi giorni l’Anpi, siamo di nuovo in un clima da apartheid, 80 anni dopo la promulgazione delle leggi razziali». 

Appena il tempo di saggiare le conseguenze del decreto Minniti (a Modena, ad esempio, se provate a chiedere i numeri dei Daspo urbani applicati in città all’assessore al Welfare e coesione sociale, Sanità, Integrazione e cittadinanza, questa non è in grado di rispondervi) che subito ne arriva un altro, pronto a mietere quel poco che rimane delle agibilità democratiche del Paese.

Nel nuovo decreto Salvini vi è un po’ di tutto (e non lo prenderemo certo qua in esame nel suo complesso): dall’introduzione del Taser (già previsto da Minniti, tanto per ribadire le continuità) nei comuni con più di centomila abitanti alla Riforma della cittadinanza (con l’abominio della possibilità di revoca per determinati reati), dall’esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo al trattenimento di questi ultimi ai valichi di frontiera (negli hotspot fino a 30 giorni), dall’estensione del trattenimento nei Cpr, da 90 a 180 giorni, alle modifiche sostanziali al sistema di accoglienza SPRAR, ridimensionato fino ad una sua quasi totale sparizione, dall’estensione dei Daspo fino alla novità dell’emendamento per la chiusura entro le 21 dei negozi etnici [sigh!] dal sapore nemmeno troppo mascherato di Germania anni ’30.

Dal nostro punto d’osservazione, tuttavia, ci siamo soffermati in particolare su un paio di cose contenute nel decreto, che rendono bene l’idea della guerra che, i nostri governanti, intendono portare avanti attraverso di esso.

Vale a dire, da un lato,  l’articolo 25 del decreto che prevede che il “blocco stradale” torni ad essere reato penale e non più una violazione amministrativa (si torna dunque al Decreto speciale varato nel gennaio del ’48 che prevede da uno a sei anni di reclusione) il chè significa, “tradotto in soldoni: i delegati sindacali che guidano i lavoratori a occupare le strade, anziché rischiare di subire una semplice sanzione pecuniaria , potranno dover avere a che fare col carcere.” Un provvedimento tutto teso ad entrare a piedi uniti sulle lotte della logistica, caratterizzate in questi anni da un elevatissimo grado di conflittualità e da una fortissima presenza di lavoratori extracomunitari.

Dall’altro la stretta, contenuta nel decreto, contro chi organizza e promuove le occupazioni attraverso un inasprimento delle pene che possono arrivare fino  a 4 anni di carcere per chi occupa stabili, anche se in stato di necessità.Non solo: il tema viene affrontato dal governo nello stesso modo in cui si affrontano gravi reati mafiosi o patrimoniali. Una novità, infatti, riguarda l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste sulle occupazioni.” E anche qui l’intento non potrebbe essere più chiaro: criminalizzare da un lato i poveri, dall’altro chi li aiuta, innescando una vera e propria guerra, partita già a settembre con la circolare sugli sgomberi, che rappresenta in realtà un chiaro ed esplicito progetto politico cioè fare i conti definitivamente con gli spazi sociali, non già perché illegali, quanto piuttosto perché ritenuti, a ragione, gli ultimi spazi di aggregazione politica sociale e  solidale alternativi rimasti oggi in Italia.

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Ma un conto è il Decreto Salvini sulla carta, tutt’altro conto invece sarà calarlo nella realtà di una sorta di profezia dell’insicurezza che si autoavvera. Ad esempio, la cancellazione dei permessi umanitari, di cui sino ad oggi avevano usufruito circa 30mila migranti, e lo smantellando degli Spar, il sistema di accoglienza più trasparente ed efficace, produrranno già da subito gli effetti più disparati. Dal chiaro aumento del numero di irregolari alla sempre più massiccia militarizzazione del territorio (dopo Russia e Turchia, l’Italia è il terzo stato più militarizzato al mondo in quanto a forze di polizia), dalla crescita dell’emergenza sociale indotta e dalle paure conseguenti, che garantiranno ai Salvini di turno ulteriore consenso, fino al proliferare di quelle cricche e quelle mafie che dietro al business dell’accoglienza, ora sempre più disciplinata e compressa, ci sguazzano all’inverosimile. (A Modena basterebbe vedere i buchi di bilancio per la gestione di quel lager che fu l’ex Cie per farsi anche solo una vaga idea di ciò di cui si sta parlando.)

E che dire dell’esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo? Prendiamo da qua: “I dati sulle presenze individuali e sulle migrazioni interne contenuti nei registri dell’anagrafe non rispondono soltanto a finalità di controllo, ma consentono anche alle autorità di espletare alcune funzioni fondamentali. La distribuzione delle risorse economiche territoriali avviene sulla base del numero di persone residenti nell’area comunale, della loro età, della composizione dei nuclei familiari, della concentrazione abitativa, etc. Questa distribuzione si traduce poi nella possibilità di esercitare concretamente diritti individuali di importanza fondamentale, come l’iscrizione al servizio sanitario nazionale; la fruizione dell’assegno per il nucleo familiare; l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’esercizio del diritto di voto, ecc. Non a caso, negli ultimi anni numerosi Comuni hanno attuato strategie più o meno esplicite e dirette, del tutto illegittime sul piano giuridico, per negare l’iscrizione anagrafica a individui che, sulla base delle leggi statali, ne avrebbero diritto. In questo modo, le amministrazioni locali hanno impedito l’esercizio effettivo di diritti fondamentali. Il rifiuto della residenza costituisce un dispositivo di selezione della popolazione, orientato a scegliere chi è “meritevole” di essere riconosciuto come cittadino locale e di avere accesso a benefici e prestazioni. Un dispositivo di questo genere, però, è in contrasto, giuridicamente e materialmente, con la funzione di monitoraggio che competerebbe all’anagrafe. Nel momento in cui si decide di non registrare come residenti individui presenti nello spazio comunale, la corrispondenza tra la popolazione di fatto e la popolazione di diritto non è più garantita.

Baobabfirenze

Si produrranno cittadini – non-cittadini, fantasmi senza alcun diritto formalmente riconosciuto e il carattere delle nostre città diventerà sempre più concentrazionàrio.

«In primo luogo, essa è pensata ed eseguita non per se stessa, ma con il preciso intento di essere esibita e vista, osservata, adocchiata: la priorità assoluta è fare spettacolo, nel vero senso della parola. Per questo, la parola e l’azione sicuritarie devono essere metodicamente messe in scena, esagerate, drammatizzate, persino ritualizzate.»
 Loïc Wacquant

Certo la progressiva spettacolarizzazione dei dispositivi securitari è un dato da tenere in considerazione quando, nei prossimi mesi, ci si ritroverà a ragionare nel concreto sulle novità introdotte da questo decreto. Tuttavia lo spazio che si va formando, all’interno delle nostre città, è già oggi fonte di una profonda segregazione. Una segregazione che segue linee che si intrecciano e si interscambiano, sia razziali che di classe, e che sembra già unire tutti i puntini di un sistema totalizzante. Ed è proprio attraverso lo spazio si produce e si riproduce un tempo sociale.

Le parole per rispondere a tutto ciò, in ogni caso, sono già state trovate e portate in piazza ed è solo ed esclusivamente in quello spazio che risiedono gli anticorpi per reagire a questa evidente deriva.

 

 

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