Appunti sparsi sul CPR a Modena.

Posted on 15 maggio 2017

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La domanda corretta rispetto agli orrori commessi nei campi non è, pertanto, quella che chiede ipocritamente come sia stato possibile commettere delitti tanto atroci rispetto a degli esseri umani; più onesto e soprattutto più utile sarebbe indagare attentamente attraverso quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri umani abbiano potuto essere così integralmente privati dei loro diritti e delle loro prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto non apparisse più come un delitto (a questo punto, infatti, tutto era veramente diventato possibile).
Giorgio Agamben, Homo sacer

Tutte le discussioni sul problema si sono imperniate da oltre trent’anni a questa parte su un solo interrogativo: come si può rendere nuovamente esiliabile un profugo? L’unico surrogato pratico del territorio nazionale di cui è privo sono sempre stati i campi d’internamento.
Hanna Arendt, Le origini del totalitarismo.

 

CPT, CIE, CPR cambiano nome, si mascherano dietro a una sigla che varia a seconda delle stagioni ma non variano la propria sostanza. È il turno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio questo, abbandonati i precedenti acronimi dei Centri di Permanenza Temporanea e dei Centri di Identificazione ed Espulsione. CPR dunque e ciò che la pattumiera della storia aveva gettato dalla finestra ora rientra dall’ingresso principale, dalla porta, come se niente fosse. Ecco come il lager torna a bussare nuovamente alle porte della città. Che fosse Modena la città deputata ad ospitare in “nuovo” CPR lo si era già intuito in tempi non sospetti, troppi gli indizi sulla scena, dai “colpi di spugna giudiziari” per la gestione del vecchio Centro fino ai balbettii di Muzzarelli, tutti segnali che ripetevano a rigore di logica il nome della città.

È così che una pagina vergognosa che sembrava chiusa per Modena si riapre quatta quatta come questi tempi, con le bilance che pendono prepotentemente a destra e una ferita che pareva cauterizzata torna a lacerarsi sotto la Ghirlandina. Strano, perché di entusiasti per questa riapertura se ne incontrano davvero pochi. IMG_20170511_185706Sui giornali è tutto una collezione di distinguo e di prese di distanza (a parte FI che sembra apprezzare), tipici sintomi di quella malattia tanto diffusa chiamata ipocrisia, quando cioè il sentimento e l’intelligenza mostrano una strada ma ci si ritrova per qualche ragione a seguirne un’altra, diametralmente opposta.  Osservare tuttavia sotto i riflettori unicamente le responsabilità del sindaco Muzzarelli su questa schifosa riapertura sarebbe quantomeno sviante se al contempo si dimenticano anche altri concittadini, che in Senato e in Parlamento, votavano per far sì che questa riapertura diventasse possibile. Parliamo di Baruffi Davide, Garavini Laura, Ghizzoni Manuela, Pini Giuditta, Maria Cecilia Guerra e Stefano Vaccari, tutti soggetti che, votando e trasformando in legge il decreto Minniti-Orlando, hanno di fatto, dato il via libera al CPR a Modena.

Quando la guerra ai poveri viene chiamata “decoro” e alcune vite vengono considerate “degrado“, quando la “sicurezza” tanto strombazzata si riduce a sceneggiate poliziesche che magari causano anche qualche morto, così come per “banalità“, quando si propone una legge barzelletta sulla “legittima difesa con “licenza d’uccidere” ma solo “di notte” mentre si selezionano le categorie sociali più sofferenti e vi si corrisponde un diritto diverso e minore; quando si fanno accordi con la Libia o con la Turchia fascista di Erdogan per bloccare i flussi migratori o quando si pretende dagli “ospiti” “intransigenza assoluta alle nostre leggi” per non violare il “patto di ospitalità” (vedi quel reazionario piccolo piccolo di Serra sulla Serracchiani) ecco che il lager non è certo un qualcosa di estraneo a un siffatto contesto ambientale. Emmanuel Vive, la città è morta!

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Quando si parla per settimane di “taxi del mare“, di “Ong-trafficanti“, di Soros o di “invasione, quando si riempiono pagine e pagine, editoriali e servizi televisivi nel tentativo di screditare e inquisire chi salva vite umane mentre se si lasciano affogare 268 persone di cui 60 bambini la grancassa mediatica non risuona e non lascia tracce sugli “italiani brava gente“, non apre inchieste e non produce doverose dichiarazioni istituzionali allora vuol dire che il punto di non ritorno è stato oltrepassato già da un po’.

“La violenza compiuta sulle parole è l’anticamera della violenza compiuta sulle persone”


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Poco tempo fa, a fine marzo, allo Spazio Libertario Stella Nera di Modena venne presentato un piccolo libretto sui Cie (piccolo per dimensioni non per contenuti). La presentazione fatta dall’autore si rivelò fin da subito estremamente interessante e istruttiva, una bella serata alla quale il caso unì una breve gita fuori porta in quel di Trieste. Entrare e visitare la Risiera di San Saba con il bagaglio fresco fresco del dibattito sui Cie non è proprio una sensazione che lascia indifferenti, tra le didascalie si potevano incrociare similitudini funeste e precise analogie; ma non solo, parlando del libro con un compagno del luogo si scopre che recentemente, in un presidio anti-Cie a Gorizia al quale aveva partecipato anche lui, erano stati letti piccoli estratti di quello stesso libro. Il risultato incredibile quanto grottesco è stato che chi ha letto quelle pagine pubblicamente è stato denunciato dal Sap (sindacato autonomo di polizia, questi) per “offese e calunnie nei confronti della Polizia di Stato”. Leggere pubblicamente alcuni libri può risultare pericoloso nell’Italia del 2017. (Qua l’articolo del Il Piccolo sull’accaduto, qua il comunicato stampa della Tenda per la Pace e i Diritti, qua la solidarietà alla compagna denunciata.) Esattamente per questo vogliamo qua prenderne in esame alcuni pezzi per cercare di indagare nel profondo la “matrice” sulla quale verranno creati i “nuovi” Cpr.

18274732_849072421910493_7272277779106252994_nUn libro “particolare” dunque quello di cui si parla che ha il merito di trattare l’argomento Cie (oggi CPR) a 360 gradi e di analizzare queste strutture all’interno del più complesso sistema logistico di gestione dei flussi migratori, delle deportazioni e della manodopera a basso costo svelando al contempo la reale funzione di questi luoghi, che non è, come suggerisce prettamente la denominazione, quella di espellere quanto piuttosto quella di deterrenza e disciplinamento di una vasta fascia di popolazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo proprio da quest’ultima considerazione. Come possono strutture costosissime e con una limitatissima capacità di espulsione, dunque di svolgere la propria funzione primaria, essere riproposte a più riprese come soluzione indispensabile al problema dell’immigrazione?

Semplice perché la loro funzione principale non è quella di espellere ma di disciplinare, terrorizzare e controllare la popolazione migrante.

Da un’occhiata superficiale alla mappa si può facilmente capire che i Cie sono stati localizzati in alcuni degli snodi strategici più importanti in relazione alla volontà di controllo della popolazione migrante. […] Il sistema Cie costa duecentomila euro al giorno. Dal 1999 al 2011, per i CIE (prima CPTA) sono stati spesi 985,4 milioni di euro. […]

I Cie, i campi di internamento per migranti sono anch’essi istituzioni totali. […] sono luoghi creati anche per proteggere la società da ciò che appare – o meglio che è stato costruito socialmente per apparire – intenzionalmente pericoloso nei suoi confronti. La finalità dichiarata dei Cie, la funzione loro assegnata, è quella di garantire il benessere delle persone, sia di quelle che stanno fuori (proteggendole dai pericolosi immigrati clandestini), sia di quelle che vengono rinchiuse dentro (accolte, sfamate, alfabetizzate, socializzate, insomma protette per poter far presto ritorno alle loro famiglie). Questo avviene attraverso meccanismi di segregazione mascherati da accoglienza. […] I campi hanno assolto, e assolvono ancora oggi, a necessità ben precise del sistema economico, contribuendo a determinare i modi in cui la società e la produzione si organizzano. Le motivazioni che portano alla creazione di questi campi, gli strumenti che vengono utilizzati, sono talmente razionali e tecnico-scientifici da porsi all’opposto all’opposto del concetto di malvagità. […]

Arrivati alla stazione ferroviaria di Birkenau ad Auschwitz gli internati venivano divisi: da una parte gli abili al lavoro, dall’altra gli inabili che finivano subito nelle camere a gas. I deportati in questi campi venivano sfruttati fino al loro ultimo respiro(e anche oltre) sia come merce (della quale non si spreca nulla, arrivando perfino ad estrarre profitto anche dai loro capelli e dai denti d’oro), sia come macchine in una moderna fabbrica organizzata secondo i criteri di efficacie ed efficienza. […] Nei lager nazisti lo sterminio avviene anche attraverso il lavoro: si muore di lavoro, di fame, di violenze, dopo essere stati spremuti fino alla fine, proprio come succedeva agli schiavi dell’antichità. […] Il termine “gulag” non è altro che un neutro acronimo che ci riporta a una “banalità burocratica” e sta per “Amministrazione centrale dei campi”. In realtà i gulag dell’epoca staliniana furono una gigantesca impresa schiavistica dove il lavoro era assolutamente gratuito. La loro nascita è legata al primo piano quinquennale voluto da Stalin il cui obiettivo era la rapida industrializzazione dell’unione Sovietica.[…] I Cie, i campi di internamento per migranti attualmente operanti, presentano e ripropongono alcune fra le caratteristiche principali dei campi storici. Il detenuto è costretto a procedure di ammissione e di iniziazione degradanti; alla profanazione  del senso del sé; alla perdita del proprio nome; è obbligato al rispetto e alla deferenza nei confronti di chi lavora all’interno della struttura; alla perdita di ogni senso di sicurezza personale; a rapporti sociali forzati; all’assenza di qualsiasi privacy; al senso di assoluta impotenza; all’infantilizzazione. […] Ma la tesi che qui vogliamo dimostrare è proprio questa: anche nel Cie – e nella macchina delle espulsioni e delle deportazioni che gli è stata costruita attorno come una serie di anelli concentrici – possiamo individuare come presenti e fondanti le principali funzioni e modalità dei campi storici. Alcune di queste funzioni si manifestano in modo esplicito e inequivocabile (ad esempio la disumanizzazione), altre invece in modo indiretto, obliquo e quindi ancora più pericoloso e subdolo. […] diventa fondamentale allargare l’attenzione dai Cie propriamente detti alla più complessa macchina dei respingimenti e delle espulsioni, che dei Cie non è altro che l’estensione e il fedele prolungamento logico-materiale. Il Cie esiste infatti in funzione di un più ampio dispositivo, quello che indica nel respingimento, nella deportazione, nell’internamento e nel disciplinamento dei migranti la sua ragione d’essere.

Prima di proseguire con piccoli estratti del libro è bene fare un piccolo passo indietro, sulla genealogia dei campi di internamento e sulla loro stretta relazione alla guerra e al colonialismo:

In epoca moderna i primi esperimenti di internamento e detenzione amministrativa di civili si registrano a cavallo tra il XIX e il XX secolo, in località diverse ma con elementi identificativi comuni. Nelle riserve in cui vengono costretti i nativi Indiani negli Stati Uniti; a Cuba, nel 1894, dove gli spagnoli per reprimere un’insurrezione di contadini invitano i civili che non vogliono essere colpiti dalle rappresaglie ad autorecludersi nei campi; sei anni più tardi, in Sud Africa, dove gli inglesi rinchiudono nei campi più di 120 mila boeri; nel 1904 in quella che oggi chiamiamo Namibia, dove il popolo herero, dopo essere stato internato nei campi, viene sterminato dai tedeschi, inaugurando quello che può davvero essere considerato il secolo dei campi. L’elenco continua con i campi italiani in Libia e evidenzia il filo rosso tra i campi (circondati tutti da filo spinato) e l’esperienza coloniale. […] Airné Césaire, intellettuale martinicano teorico della negritudine, con un’importante intuizione, fornisce una spiegazione illuminante di questa stretta relazione campi/colonie interpretando i fascismi europei come l’importazione nel cuore dell’Europa di pratiche coloniali sperimentate dagli europei nelle proprie colonie. Il suo ragionamento continua sostenendo che il vero tabù infranto dal nazismo con Auschwitz sia consistito nel fatto, impensabile prima di allora, di applicare direttamente su cittadini delle città europee ciò che era stato fino ad allora concepibile solo per i sudditi delle colonie, cioè per quell’umanità in eccesso la cui vita e la cui morte risultavano opzioni assolutamente e indifferentemente praticabili. […] In termini storici, i primi campi di internamento per civili vengono infatti importati in Occidente a ridosso della Prima Guerra Mondiale, in un primo tempo nella forma specifica di strutture detentive per prigionieri di guerra e di campi di lavoro, per poi diventare luoghi in cui internare civili di altre nazionalità. Nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, lasciato alle spalle l’indicibile dei campi di sterminio, la presenza della forma campo si assottiglia ma non scompare […] In questo periodo la forma campo continua a vivere nei gulag sovietici, nei campi di lavoro forzato in Cina e nell’Est europeo, e ancora nei Paesi in via di decolonizzazione (Algeria, Indocina, Kenya, Angola). Le sue caratteristiche di dispositivo di patrie perdute (o mai possedute) riemergono prepotentemente verso la fine degli anni ottanta fino ai giorni nostri, in Occidente e nei paesi confinanti. Questi nuovi campi, i campi del presente, assumono la forma di campi chiusi, aperti, di centri di identificazione e di espulsione, di campi informali, di enclave, mettendo radici nei diversi luoghi in cui hanno trovato condizioni politiche, sociali ed economiche favorevoli (così a Lampedusa, a Gaza, a Ceuta e Melilla, a Patrasso, a Malta, in Libia, e in migliaia di altre località sparse per il mondo). […]

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“Costruire la vittima per poi trattarla come vittima, prima con le guerre e poi con l’aiuto umanitario e il soccorso, riduce le persone alla sfera della sopravvivenza, a nuda vita.”

C’è un secondo elemento fondante su cui è necessario riflettere per comprendere la genealogia dei campi. Si tratta della relazione diretta che salda l’istituzione dei campi allo stato di guerra. Non mi riferisco qui alla guerra che si combatte fra le nazioni, ma a una guerra che formalmente non è mai stata dichiarata, che è radicalmente asimmetrica, che non è combattuta in presenza di confini precisi dietro a cui schierarsi, in base ai quali organizzarsi e darsi una forma. Le masse pericolose […] hanno espresso, più o meno direttamente e in modi molto diversi fra loro, un potenziale sovversivo di grande forza e pericolo. La radice di questa loro pericolosità stava nel fatto che il solo esistere, muoversi, agire, era un’aperta contestazione di un principio di inclusione sociale che si fondava su precisi e rigidi confini di razza, nazione, classe. […] Queste classi pericolose, con la loro presenza irriducibile, hanno rivelato e messo in crisi irreversibile il modello di organizzazione sociale fondato sulla loro esclusione, provocando un effetto a catena, una reazione che ha condotto poi a una loro esclusione ancora più radicale, caratterizzata dal ricorso ai campi. Ed è così che nascono i campi in Occidente.

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Riprendiamo ora la tesi della continuità storica del dispositivo Cie e del sistema che vi gravita attorno, con i campi storici:

[…] Le espulsioni da e le rotte verso assolvono infatti alla stessa funzione, quella di garantire alla Fortezza Europa un approvvigionamento continuo di manodopera docile, terrorizzata, disciplinata e quindi schiavizzata, non in grado di rivendicare il ben che minimo diritto. Prova di questo è l’istituzione di campi d’internamento in Paesi terzi, esternalizzati oltre il confine (ad esempio in Libia) e realizzati per nome, conto e finanziamento del Governo Italiano e di altri governi europei. Questa tipologia di campi si trova proprio al centro di questo duplice movimento di avvicinamento e allontanamento dei migranti verso l’Europa, movimenti all’apparenza opposti che in realtà assolvono alla stessa identica funzione: moderni interporti deputati allo stoccaggio in entrata e uscita dall’Europa di manodopera servile, alla disumanizzazione, al disciplinamento e alla selezione dei più forti. Come in un moderno darwinismo, solo chi ce la fa ad attraversare il deserto, chi resiste alle torture, chi sopporta dopo tutto questo una disumana reclusione, può avere qualche chance di sopravvivere e raggiungere la meta. […] Il processo di disumanizzazione in tutti i campi di detenzione, e anche nei Cie, inizia con l’inferiorizzazione degli internati e la riduzione delle loro condizioni di vita alla stregua di esseri ritenuti inferiori e schifosi come i pidocchi, gli insetti, gli scarafaggi o i cani. Questo è l’elemento centrale dell’ideologia nazista ma, in gradazioni e sfumature diverse, è anche il risultato prodotto dalle democrazie sui reclusi nei campi per migranti. […] Nei campi storici lo scopo era la depersonalizzazione; lo sterminio non era che una delle conseguenze logiche più estreme. Nei campi della democrazia, la funzione dello sterminio permane in continuità con i campi storici,in termini culturali, simbolici, psicologici, cognitivi e materiali ed è sempre una conseguenza della disumanizzazione. […] Nel sistema attuale, la funzione dello sterminio propriamente detto avviene soprattutto prima dell’arrivo al Cie, e avviene in tappe successive e sovrapposte, tutte però sempre riferibili alla stessa macchina. […] Nel Mar Mediterraneo ogni anno vengono fatte morire, a causa della politica dei respingimenti, migliaia di persone. Sono persone che fuggono da guerra e carestia alla ricerca di una vita migliore, di un approdo sicuro. Cosa accade in mezzo al mare, nelle piste del deserto, nei campi che circondano l’Europa, è ormai sotto gli occhi di tutti, nessuno può più girare la testa e dire che non sapeva. […] Pensare quindi al Mar Mediterraneo significa pensare a uno dei più grandi cimiteri oggi esistenti. […]

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Quando il passaggio da umano a bestia fu così sancito, i guardiani dei campi non riuscirono più a identificarsi con gli internati. […]

Nei Cie il meccanismo della disumanizzazione avviene secondo modalità non tanto diverse. Il cibo di infima qualità, sempre freddo, dove la presenza di insetti o l’aggiunta di sedativi non sono l’eccezione ma la regola; le gabbie e i muri di cinta alti più di 6 metri; l’assenza di regole certe e l’essere continuamente soggetti all’arbitrio assoluto da parte del personale operante […] inducono all’utilizzo massiccio dell’autolesionismo per sfogare rabbia e angoscia (numerosi in rete, anche documentati dai media nazionali sono i racconti filmati, le foto e i video che testimoniano di bocche cucite con ago e filo, di suicidi, di scioperi della fame a oltranza, di lamette utilizzate per tagliarsi le vene e poi magari ingerite). […]

Ora torniamo all’inizio del nostro percorso attraverso questo libro e ricordiamo la domanda circa la funzione principe di queste strutture oltre a quella concentrazionaria.

Nei lager, come nei gulag, i detenuti sono costretti a lavorare e questo loro lavoro li conduce quasi inevitabilmente alla morte. Come paradosso il lavoro viene presentato ai reclusi come strumento di liberazione, come condanna a morte temporaneamente sospesa. Si fa credere ai detenuti che il lavoro possa condurre alla libertà. Solo in seguito essi comprendono che il lavoro conduce molto probabilmente alla morte. Il rapporto tra Cie e messa al lavoro definisce una realtà molto differente da quanto appena esposto in riferimento ai campi storici. Da una rilettura originale di questo binomio infatti si disvela quella che ritengo essere la principale funzione dei Cie, cioè, quella economica, che permette di  comprendere l’esistenza dei Cie nonostante la loro scarsa oggettiva efficacia (ed efficienza) nell’espellere i migranti (che dei Cie è la funzione dichiarata). Infatti il numero dei migranti rimpatriati attraverso i Cie rispetto al totale degli immigrati clandestini presenti sul territorio italiano è paria meno dell’1%. […] I Cie rispetto agli obblighi dichiarati di identificazione ed espulsione di migranti, sono dispositivi assolutamente inefficienti. Una semplice analisi dei numeri stima in una percentuale che arriva al 47% i trattenuti espulsi rispetto al totale degli internati. […] I Cie vanno chiusi e basta, senza se e senza ma. E ciò va fatto per la loro stessa intrinseca natura che conduce alla segregazione amministrativa e alla gratuita e immotivata privazione di libertà di migranti liberi da responsabilità penali, non per la loro evidente inefficacia. La posizione che i Cie ricoprono nella più complessa macchina delle espulsioni è legata, quindi, non solo alle funzioni di disumanizzazione o sterminio sopra elencate, ma semmai alla funzione di messa al lavoro diretta e indiretta dei migranti. In questa luce le altre funzioni di cui sopra possono essere considerate subordinate a quella principale di messa al lavoro. […] In questo modo, come è emerso da vicende come quelle delle tante Castel Volturno, Rosarno, Salluzzo o per numerosi cantieri delle grandi opere, gli imprenditori privati possono usufruire di forza lavoro priva di qualsiasi diritto e quindi sfruttabile senza limiti, eventualmente sino alla morte. Il lavoro di un clandestino è per definizione lavoro nero: precario, a cottimo, senza limiti orari, senza minimi salariali, senza rispetto per le norme di sicurezza, senza possibilità di rivendicare condizioni migliori. […] La reclusione arbitraria e la minaccia di espulsione predispongono, a un livello infrapsichico profondo, il migrante allo sfruttamento.

Una delle parti migliori del libro, tuttavia, e dell’incontro di presentazione che era stato organizzato era quella in cui si spiegava chiaramente come queste strutture non fossero luoghi inattaccabili, definitivi e inamovibili. Inizialmente i Cie presenti sul territorio italiano erano in tutto 13, mentre prima dell’entrata in vigore della legge Minniti-Orlando, dunque anche attualmente, il loro numero si era ridotto a 4. Dal 2011 chi scappa dalle primavere arabe e dalle restaurazioni a esse annesse si ritrova automaticamente clandestino sul suolo italiano. C’è chi finisce nei Cie. Cominciano così le rivolte, le ribellioni e la vera e propria distruzione dall’interno di questi centri che è stata la causa principale della loro sparizione.

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Da qua.

Perché questa puntualizzazione? Perché giusto oggi la procura di Catanzaro ha arrestato oltre al capo della Misericordia calabrese, Leonardo Sacco e il parroco del Paese Edoardo Scordio altre decine di persone legate alla famiglia Arena (‘ndrangheta) per associazione mafiosa. Gestivano il Cara (prima Cie) di Sant’Anna, il centro d’accoglienza per richiedenti asilo più grande d’Europa che era alla base degli interessi dell’associazione mafiosa. Ecco, in questo lager a Crotone i migranti che vi erano reclusi protestavano da anni per le condizioni del centro e per le violenze a cui erano sottoposti. Da qua su twitter: “2013. Rivolta nel CIE adiacente al CARA di Crotone, in seguito alla morte di Moustapha Anaki. La struttura resa inagibile viene chiusa.“, “2014. Pestaggi dei migranti nel CARA di Crotone, per essersi opposti con uno sciopero della fame alla procedura coatta di identificazione“, “2016. Una nuova rivolta chiude il CIE di Crotone, riaperto nel settembre 2015. “lì la vita è insopportabile, è un campo di concentramento“. (Anche questo sul “passaggio di gestione”)

Sempre oggi a Modena sono scesi in piazza i migranti in attesa dei documenti con un corteo autorganizzato lanciato dal collettivo Modena Refugees.

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Una importantissima giornata di lotta per la libertà di movimento che ha preso di mira anche il Cpr previsto in città. (Qua il racconto della giornata) Ora le previsioni del tempo annunciano valanghe di merda razzista tranquillamente spalmabili sui social dei modenesi. Servirà l’ombrello ma da qualche parte occorrerà pure cominciare.

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*Davide Cadeddu, CIE e complicità delle organizzazioni umanitarie, Sensibili alle Foglie, 2013

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