Il candidato.

Posted on 15 febbraio 2018

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Sabato 10 febbraio 2018.

È sera in un bar appena fuori Macerata. Negli occhi, staziona ancora tutta la gioia di un corteo liberatorio, una vera e propria «boccata d’ossigeno» al termine di una settimana terrificante. Mentre nei pensieri riecheggiano le parole degli ultimi due interventi a fine manifestazione (qua) un sorriso più ampio si disegna sulla bocca.  È «aria» questa, è «aria». Dal televisore sopra al bancone avanza la sigla del telegiornale. È “Studio Aperto” che apre su Macerata. “La manifestazione si è svolta senza gli attesi incidenti” poi via con le solite banalità stigmatizzanti. Ilarità. Sul finire del servizio, l’inquadratura passa sulla figura dell’inviato che, al centro di una città “assediata”, dirà, testuali parole: «Diecimila i partecipanti. Forse qualcuno in più.»

27858239_1687947334604635_425981942796149376_nForse qualcuno in più“, l’istante esatto in cui si percepisce la limpidezza di un movimento che ha rotto gli argini; travolto il Pd, Minniti, superato la paura e debordato. Nemmeno più la propaganda (perché è questo di cui parliamo solo ed esclusivamente oramai quando parliamo di “informazione” in Italia, di Weimar Journalism) riesce più a reggere il passo della giornata. “Forse qualcuno in più“, un rantolo che sgorga dall’abisso in cui è precipitata un’informazione italiana ormai “di regime”. Già il giorno seguente, il contrattacco. Non avendo altri elementi per criminalizzare la manifestazione, sui principali quotidiani del paese, appaiono titoli riguardo a un coro. 30.00 persone ridotte a un coro e pazienza se quel coro proprio non l’abbiamo udito, abbiamo comunque visto qualche manifestante urinare impunemente sopra gli alberi, in un parco e, data anche l’attenzione morbosa di certi media riguardo al cosiddetto “decoro”, non riusciamo proprio a capacitarci come non sia stata questa la “notizia” a finire in prima pagina a riassunto della manifestazione. Bisogna vendere “sicurezza” e per questo occorre spacciare paura, a più non posso, sottocosto, e pazienza se ci saranno effetti collaterali, le poltrone attendono con le elezioni all’orizzonte. Macerata insegna: scoppi di collera eterodiretti possono benissimo essere accettati se non turbano l’ordine costituito e diventano funzionali alla politica della paura. Siamo in “un regime” in cui a una tentata strage razziale si risponde con un dibattito minimizzante e assolutorio. La mettiamo giù schietta, schietta: con l’arrivo di Minniti sulla poltrona del Ministero degli Interni, abbiamo assistito alla formazione di un vero e proprio Stato di Polizia (sbirro lo apostrofava Gino Strada poco tempo fa)  instaurato ancor prima dell’approvazione pacchetto legislativo portante il suo nome. Una sorta di golpe anomalo che solo ora comincia a definire i propri contorni. Le reazioni dell’apparato istituzional-mediatico all’attacco terroristico di Macerata sono state il segno inequivocabile del passaggio ad una nuova fase; a un punto di non ritorno. partitopoliziaCertamente non è da oggi che gli apparati dello Stato marciano di pari passo con l’estrema destra e le differenze di trattamenti le abbiamo sempre avute – Non potevamo di certo manganellare i manifestanti.” dissero a Goro a fine 2016 – oggi però le dimensioni di scala cominciano ad assumere dimensioni rilevanti. I “giochi di sponda”, gli ammiccamenti, le delazioni, le cariche “fianco a fianco” aumenteranno sempre più, così come in questi mesi di “campagna elettorale” in tutti i territori del paese, si è potuto riscontrare una sorta di collaborazione effettiva tra fascisti e polizie mai registrata con tale virulenza. E si sa che in certi ambenti non accade nulla senza ordini precisi. Anche l’immediata rimozione del Questore di Macerata che non aveva negato l’autorizzazione alla manifestazione antifascista di di sabato è un chiaro segnale di come si muovano al Viminale.

C’è un episodio recente a cui abbiamo guardato con il terrore negli occhi non appena si dispiegavano i discorsi, le retoriche e, in definitiva, le risposte dello Stato alla sparatoria di Luca Traini. Siamo nell’ottobre del 2015, in Turchia, alla vigilia delle ultime elezioni in quel paese. Nel giugno dello stesso anno, il  successo elettorale del Partito democratico del Popolo filo-curdo Hdp aveva impedito a Erdogan di conquistare la maggioranza. Si sarebbe rivotato ai primi di novembre, nel mentre ad Ankara si tiene una manifestazione per la pace “Lavoro, pace, democrazia” organizzata dalle principali opposizioni, dai sindacati e dall’Hdp. Esplode una bomba in mezzo ai manifestanti, l’attentato più cruento della storia della Turchia, 103 morti e più del doppio dei feriti. La polizia spara colpi d’arma da fuoco in aria e comincia a gasare di gas lacrimogeni gli stessi manifestanti. Non solo, vengono attaccati persino i soccorritori e Selahattin Demirtas, leader del partito filocurdo Hdp, arriverà ad affermare: “Siamo di fronte a uno stato assassino che si è trasformato in una mafia”.

Ovviamente fra i due episodi c’è un abisso e se in Turchia fu quasi certa la collaborazione tra forze deviate dello Stato e terroristi dell’Is in questo caso anche solo il paventarlo uno scenario di questo tipo sarebbe da ricovero. Tuttavia dopo la tentata strage di Macerata (ricordiamo praticamente rivendicata da Forza Nuova e solo tiepidamente condannata da parte di Lega e Fdi) la reazione dello Stato è stata piuttosto ambigua. Tiepida nei fatti e nei toni nei confronti della galassia neofascista e durissima, tanto a parole quanto a forze, verso coloro i quali a questo vile attacco si volevano opporre con delle manifestazioni di piazza. È “l’architettura” Minniti, sempre più evidente, sempre più preoccupante, sempre più eversiva.

renzi

minni

Se lo stupore e la vergogna all’atteggiamento tenuto dalle istituzioni a seguito della tentata strage di Macerata sono stati sentimenti ampiamente diffusi in una buona parte del paese – e la riuscita delle manifestazioni di sabato 10 febbraio non erano affatto scontate – c’è il sospetto però che a questi, non si accompagni ancora un’accurata analisi dell’ora esatta in cui ci troviamo. “Il fascismo in Italia è morto è morto per sempre” una frase che, pronunciata a pochi giorni di distanza da un attacco terroristico compiuto da un tizio con un tatuaggio neonazista sulla testa o mentre i “fascisti del terzo millennio” presentano le proprie liste in un aula della Camera, dovrebbe far riflettere molto seriamente. Occorre tenere a mente che ad ogni “vittoria”, ad ogni avanzamento corrisponde una recrudescenza della controparte, repressiva, di fascistizzazione del discorso e di demonizzazione a livello mediatico dell’avversario. Non è un caso se, subito dopo le manifestazioni di Macerata, Piacenza, Milano e Cosenza, sia seguito l’attacco e il disinnescamento di quelle piazze. Le trappole e i dispositivi sui quali gioca il potere si basano tutti sulla scommessa di un appiattimento da parte dell’opinione pubblica al nuovo “corso”, ai nuovi verbi, ai nuovi diktat, che poi è il terreno principale sul quale il fascismo avanza.

manif

Piano, piano; piano, piano…

“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà”.
Philip K. Dick

10 febbraio.

Siamo in quella parte dell’anno dove, in un paio di settimane, si intrecciano due celebrazioni dall’alto valore simbolico – il giorno della memoria (27 gennaio) e il giorno del ricordo (10 febbraio) – sulle quali si andranno a infrastrutturare le residuali percezioni del passato “ufficiale”, della “memoria” nazionale. Ora se il primo commemora le vittime dell’Olocausto il secondo è stato istituito al fine di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Già un anno dopo la creazione di quella giornata si avvertivano tutti i pericoli circa la condanna di tutti i crimini e il rischio delle strumentalizzazioni e la sensazione, poi rivelatasi esatta, ad ignorare i crimini del governo e dell’esercito italiano nel costruire e gestire i campi di concentramento durante l’occupazione italiana della Jugoslavia. Successivamente avremo i falsi storici e fotografici, le onorificenze tranquillamente elargite a nazifascisti e una tendenza che sedimenta, cresce e colonizza tutte le aree politiche istituzionali. Falsificazioni e discorsi ufficiali privi di qualunque fondamento storico che sembrano considerare il passato alla stregua di una paccottiglia indistinta dalla quale pescare a proprio piacimento ciò che più soddisfa le esigenze del momento. In pochi lo sanno ma il il Giorno del ricordo cade il 10 febbraio perché in quella data, a Parigi, nel ’47, fu firmato il trattato di pace che pose fine alla guerra scatenata dalla barbarie nazifascista e, forse, la manifestazione di Macerata contro il fascismo e il razzismo è stata la migliore commemorazione di quella data mai celebrata prima d’ora in Italia da quando è stata istituita quella giornata. foibe Una giornata che negli anni  è diventata esempio clamoroso di utilizzo distorto della storia a fini politici. Una tavola imbandita al solo scopo di far banchettare anche il peggior revisionismo e non solo nel tentativo di posizionare sullo stesso piano della bilancia “fascisti” e “partigiani” ma per rovesciare completamente il senso di ciò che fu e rappresentarono sia il fascismo che la lotta di liberazione. (Un paio di esempi qua e qua) Non servono più dati e documenti, è sufficiente portare avanti la propria posizione con urla e minacce poi lasciare fare il compito alla forza d’inerzia, all’ignoranza, all’indifferenza e non è un caso se teorie campate in aria, senza alcun fondamento, come quella della “sostituzione etnica” riscuotono tanto successo. Una propaganda efficace non ha alcun bisogno di essere logica per spacciare odio e disprezzo e difficilmente intenti di questo tipo saranno contrastabili esclusivamente con il fact checking. Guardando a sabato, non è un caso che, in assenza di scontri, la quasi unanimità della stampa di merda nostrana abbia giocato proprio la carta foibe col “coro choc sulle foibe” (che nessuno ha sentito tra le altre cose) per lordare una riuscitissima manifestazione che cominciava finalmente a chiamare le cose col proprio nome. Così, il Giorno del ricordo, voluto dai fascisti amici di Berlusconi e imposta acriticamente come contro-altare al Giorno della memoria, in poco più di dieci anni è diventato un vero e proprio pilastro dell’identità nazionale. Un pilastro conficcato a tal punto nel ventre pulsante e vittimista della nazione che se si prova a portare un po’ di sana ricerca storica a scuola arriva la polizia a “scoraggiare” l’iniziativa. Così, come in un regime dittatoriale qualsiasi.

“Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato” 

Non sono rischi da sottovalutare. Basterebbe “aprire la finestra” e affacciarsi sul Continente per capirlo. In Polonia, ad esempio, è stata da poco approvata una nuova legge che punisce fino a tre anni di reclusione qualunque persona che accusi pubblicamente e contro i fatti la nazione o lo stato polacco di essere responsabile o complice dei crimini nazisti compiuti dal terzo reich tedescoBhK9BvOIIAA4SM8 Una legge che sancisce una sorta di revisionismo storico di Stato fondato sull’ontologica innocenza della propria nazione. Una sorta di “italiani brava gente” in salsa polacca messa però, nero su bianco, sotto forma di legge da una destra populista che vorrebbe “lavare” la nazione polacca, una nazione il cui sangue è “puro” e privo di qualunque responsabilità nei crimini compiuti nel ventesimo secolo. Qualche analogia? In un bel libro del 2012, Paolo Rumiz, sosteneva che l’anima del Continente, la sua pancia, risiedesse molto più a Est di quello che solitamente saremmo abituati a pensare tra le betulle e i grandi fiumi divaganti, in una “terra incognita” fatta di periferie dimenticate. Piccolo flashback, da quella “terra incognita”, tra le betulle e i grandi fiumi, all’indomani della rivolta Euromaidan arrivavano segnali inequivocabili, nazionalismo, xenofobia e fascismo tornavano prepotentemente alla ribalta sul Continente, non erano un avvertimento ma un cuore nero che ricominciava a pulsare.


 

Forse non c’è modo migliore di dirla di come l’hanno riassunta su Giap:

La destra si sposta a destra e tutti gli altri la inseguono. La storia recente d’Italia riassunta in una frase.

I neofascisti alzano la cresta perché sentono l’odore del sangue portato dal vento che soffia e scuote i peri, facendo cadere un sacco di anime belle e lisciando il pelo ai volpini.

Questa è la nostra darkest hour. Quella in cui alla tecnocrazia liberista europea e allo strapotere delle banche rispondono nazionalismo, xenofobia, fascismo. Due facce della stessa medaglia, anzi, della stessa merda. Tanto che le classi dirigenti di questo paese e di questo continente potrebbero decidere di cambiare cavallo qualora convenisse. Adeguarsi al vento per restare in sella. Come ottant’anni fa. È già successo in alcuni paesi europei. La storia potrebbe ripetersi in farsa.

La destra si sposta a destra e tutti gli altri la inseguono” potremmo tranquillamente prendere questa frase e figurarla; darle un volto. La fascistizzazione del discorso ufficiale, iniziato questa estate con la criminalizzazione delle Ong e con l’assunzione definitiva della disponibilità ad accettare la morte in mare di un elevato numero di esseri umani in lotta per la propria sopravvivenza, trova il suo equivalente anche nei tratti politici oggi proposti. Se vi è una vera e propria “sostituzione” in atto in Italia questa non ha di certo alcun carattere “etnico”, semmai politico. Piccoli esempi che valgono per l’insieme: a Modena, per le elezioni, il Pd colloca nel collegio uninominale della città l’ex Ministro Beatrice Lorenzin. La ritroviamo qua, accanto a Debora Serracchiani, in posa sabato scorso sotto le insegne della X Mas. Una metamorfosi che può definirsi ormai completa quella del Pd, dal “Partito della Nazione” alle insegne inequivocabilmente fasciste il tragitto era estremamente breve. Una metamorfosi che volge così, senza colpo ferire, in un silenzio indifferente ma molto eloquente. Provate solo un attimo a immaginare di essere in Germania e che un candidato dell’Spd venga pizzicato sull’attenti sotto le insegne delle SS, immaginate le reazioni. Ma è solo la punta dell’iceberg.

“I neofascisti alzano la cresta perché sentono l’odore del sangue portato dal vento che soffia e scuote i peri, facendo cadere un sacco di anime belle e lisciando il pelo ai volpini.” In Italia la maionese è ormai impazzita, candidati regionali che parlano tranquillamente di “razza bianca da difendere”, un attentato suprematista minimizzato dalle istituzioni, discriminazioni quotidiane e un sistema informativo che invece di accendere le spie del pericolo non fa altro che gettare benzina sul fuoco. La radiografia più accurata del momento comunque ce la fanno le “solidarietà” di sedicenti candidati della cosiddetta “sinistra” non già offerte alla città di Livorno che ha dovuto subire l’ennesima provocazione di un politico con la scorta, ma bensì a Giorgia Meloni, contestata e “aggredita” dalle note di Bella Ciao. Più che un appiattimento al fascismo siamo già ad una vera e propria connivenza.

Stiamo vivendo la campagna elettorale più squallida e infetta di sempre, nella storia della Repubblica, eppure, il candidato sembra quasi essere unico. Cambiano giusto i toni, gli accenti, non la sostanza.

Raggiunto il decimo anno dall’inizio della grande crisi globale con i salari in calo, una forte disoccupazione giovanile ( la terza più alta in Europa), una povertà in costante aumento e con gli unici indici positivi che riguardano solo ed esclusivamente mafie e club di milionari, nazionalismo, xenofobia e fascismo diventano l’exit strategy per eccellenza. Dividere gli sfruttati, comprimere i diritti e irreggimentare la società in uno stato di paranoia securitaria alimentata artificialmente e sorvegliata costantemente. Al posto dei diritti o del salario si richiede solo e unicamente più polizia. È il capolavoro delle classi dominanti, è il fascismo che a questo serve e questo fa, che proprio mentre rimpingua le varie cricche e i vari “Badoglio” stringe la morsa alle libertà, fino a soffocarle.

“Le elezioni non cambiano nulla rispetto agli impegni europei.”
Wolfgang Schaeuble 

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Sembra esserci un solo e unico candidato in queste elezioni. Pochi giorni fa, nelle stazioni di Roma e Milano, sono stati installati dei curiosi maxi-schermi, dei mega “contatori di debito pubblico” che rimarranno attivi fino al termine della campagna elettorale. L’iniziativa, promossa da un think tank neoliberista come l’Istituto Bruno Leoni, potrebbe non essere semplicemente una boutade. Fuori  portata dei radar della campagna elettorale, infatti, in una galassia quasi parallela che viaggia sottotraccia ma a ritmo serrato, stanno giungendo al termine delle scadenze di enorme rilievo sia sociale che economico. Stiamo parlando della ratifica del famigerato “Fiscal Compact”, approvato  da Monti nel 2015; un meccanismo che, a partire dal 2018, costringerà l’Italia ad una riduzione della spesa di 50 miliardi l’anno. L’art. 16 del Patto intergovernativo di bilancio europeo stabiliva che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore, cioè entro il 1° gennaio 2018, i membri firmatari avrebbero dovuto incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei. Con il secondo debito pubblico più a rischio tra i paesi dell’Eurozona (dietro alla Grecia) è esattamente l’Italia che sembra essere nell’occhio del ciclone, non a caso sono già cominciate le prime perplessità circa la sua ratifica, dopotutto sarebbe difficile gestirne gli effetti senza dichiarare uno stato d’assedio permanente o senza preparare una nuova macelleria mondiale. In questi anni di crisi se vi è un partito, in Italia, che si è fatto baricentro della tecnocrazia neoliberale europea, della sua governance, questo è senza ombra di dubbio il Pd (del quale, fin dalla nascita, auspichiamo la scomparsa definitiva). L’ultima maschera indossata da quel partito, dopo le promesse di fiducia del cazzaro Renzi, è stata quella dello sbirro tuttofare, Ministro degli Interni, un po’ Ministro degli Esteri, un po’ Primo Ministro e Capo dello Stato. Il prossimo governo potrebbe avere tinte molto più nere e non essere nemmeno costretto a cambiare volto…

 

L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

 

 

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